I motivi della sentenza con cui sono stati scagionati i Ventura nel processo sulle infiltrazioni dei clan di Isola nel settore ferroviario
ISOLA CAPO RIZZUTO – Il presunto monopolio del gruppo Ventura sui lavori di manutenzione ferroviaria in Calabria e Puglia? «Indimostrabile». Le accuse sono «inidonee» anche a dimostrare una «prova certa della partecipazione all’associazione a delinquere». Ma non è ipotizzabile neanche un concorso poiché, «a differenza di altri», i Ventura non avrebbero agito «con l’intenzione di perseguire vantaggi fiscali indebiti». Pagavano pure l’Iva e quindi non regge manco l’accusa di false fatturazioni. Si conoscono le motivazioni per le quali, tre mesi fa, furono assolti Maria Antonietta e Pietro Ventura, vertici dell’omonimo gruppo di costruzioni ferroviarie calabrese, nel processo di Milano col rito abbreviato che vede imputati rappresentanti di colossi del settore e presunti esponenti delle cosche di Isola Capo Rizzuto.
L’inchiesta, secondo l’accusa, avrebbe fatto emergere che un gruppo composto dalle famiglie Aloisio e Giardino, contiguo alla cosca di ‘ndrangheta Arena-Nicoscia di Isola Capo Rizzuto, attraverso contratti di distacco di manodopera e di nolo a freddo dei mezzi, avrebbe svolto per anni attività di manutenzione della rete ferroviaria avvalendosi di una fitta rete di aziende pseudo-metalmeccaniche a loro riconducibili. Il procedimento ha già portato a 10 condanne nel processo d’appello per le presunte infiltrazioni mafiose nei subappalti. E nei mesi scorsi sono scattati gli arresti per 8 persone accusate di bancarotta fraudolenta e riciclaggio con l’aggravante mafiosa.
Ma nessuno «scambio produttivo di vantaggi» ci sarebbe stato con i Ventura, nei cui confronti la pm della Dda di Milano Bruna Albertini aveva chiesto condanne a 2 anni e 10 mesi di reclusione ciascuno. Sono stati, invece, rinviati a giudizio in 38, società comprese.
ACCUSE CROLLATE
Ma ecco, in particolare, perché, in accoglimento della tesi dell’avvocato Giuseppe Bruno, sono crollate per il gruppo imprenditoriale calabrese. Il nome che faceva scalpore, quando scattò l’inchiesta, soprattutto in Calabria, era quello di Maria Antonietta Ventura. Originaria di Bisceglie, nel Barese, trasferitasi nel Cosentino, prima a Paola e poi a San Lucido, era presidente del cda dell’omonimo gruppo quando Pd e M5S le proposero di candidarsi alla presidenza della Regione Calabria nel 2021. La sua corsa si fermò in seguito a un’interdittiva antimafia. All’epoca il fatturato annuo era di 45 milioni, i dipendenti erano circa 500.
Adesso ha venduto tutto a Salcef spa, uno dei big del settore ferroviario ancora sub iudice in seguito al rinvio a giudizio disposto dal gup di Milano. «L’assoluzione è arrivata ma non abbiamo più nulla. Il peso più grosso era quello di riuscire a salvare tutti i posti di lavoro. Ci siamo riusciti ma con dolore immenso perché abbiamo venduto l’azienda che portava il nome di mio padre», aveva detto al Quotidiano.
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LE MOTIVAZIONI
Innanzitutto, nei confronti di Fcvf (Francesco Ventura Costruzioni ferroviarie) è stata pronunciata sentenza di non luogo a procedere per un illecito amministrativo espunto dai capi d’imputazione mediante correzione di un errore materiale su richiesta delle parti. Quanto alle fatture dal 2017 al 2018 emesse in favore di Lineefer per noleggio di mezzi, secondo l’accusa in relazione ad operazioni inesistenti, la giudice Daniela Cardamone rileva che la Dda si basava su elementi documentali. Elementi che però non tenevano conto di quanto affermato dalla dichiarazione del legale rappresentante di Cermoter, l’isolitano Domenico Pullano, secondo cui il noleggio di due mezzi era «effettivamente avvenuto». Manca, pertanto, la «piena prova della sussistenza del fatto».
I distacchi di personale? Il trattamento Iva applicato da Ventura fu quello «ordinario». Lo stesso consulente tecnico del pm affermò che «tutte le fatture emesse da Lineefer nei confronti di Fcvf per distacchi di personale dipendente sono correttamente assoggettate ad Iva». Le fatture per operazioni inesistenti aventi ad oggetto noleggi di mezzi e attrezzature? Tutto ruota attorno alla presunta sovrafatturazione relativa all’acquisto di due mezzi ma l’esistenza di un contenzioso tra Ventura e Cf per due locomotori non funzionanti dimostra, secondo il giudice, che non c’era accordo tra le parti. Anche la mancata consegna del bene non è indice di falsa fatturazione e il gup cita giurisprudenza sulla fatturazione anticipata. L’Iva era stata pagata anche peri distacchi di personale.
IL MONOPOLIO
A Pietro Ventura era contestato di essere il gestore di fatto di tutti gli appalti di Rfi in Calabria e Puglia per la vicinanza ai clan di Isola. La tesi della Dda di Milano è quella di un presunto regime di monopolio che prevedeva la spartizione delle commesse da parte di colossi del settore che gestiscono i lavori di manutenzione. Secondo il gup è un’accusa “indimostrabile” perché le indagini sono state delegate all’autorità giudiziaria di Roma e non è stata oggetto di approfondimento nel processo.
In particolare, l’interdittiva della Prefettura di Roma si basa su elementi di dieci prima ritenuti non idonei a fondare una prova sull’attualità della partecipazione all’associazione a delinquere. Elementi compendiati in un’informativa della Guardia di finanza di Varese da cui emergono rapporti commerciali con società delle famiglie Aloisio e Giardino. Ma, sempre secondo il gup, i Ventura «non hanno agito secondo il modus operandi dell’associazione» avendo sempre «pagato integralmente l’Iva sulle fatture per distacchi di personale».
NIENTE TENTACOLI
Il programma dell’associazione a delinquere oggetto del processo si limita pertanto a reati fiscali e tributari, secondo quanto emerso dal processo. Inoltre, il gup ha disposto anche cinque condanne ma per il solo reato di riciclaggio in cui è stato modificato quello di autoriciclaggio ed ha escluso l’aggravante mafiosa. Per il giudice non sono emersi elementi “sufficientemente dimostrativi” della volontà di agevolare le cosche isolitane.
Tra gli elementi addotti dall’accusa c’era il fatto che alcuni imputati erano stato interpellati per fornire sostegno economico a un detenuti ma anche la monetizzazione di proventi illeciti in una terra di disoccupazione era considerata risorsa fondamentale per rafforzare la criminalità organizzata, essendo Maurizio Aloisio ritenuto l’artefice del sistema fraudolento. La mafiosità dell’associazione a delinquere ha retto però anche in appello nel parallelo processo per le infiltrazioni dei clan nel settore ferroviario.
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