Ingegnera o ingegneressa: la donna che sfidò il suo tempo

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Della faccenda serbiamo unicamente alcuni sprazzi di memoria. Però, nel campo dell’emancipazione femminile, Torino è città dai molti primati. Perché non parlarne, ricorrendo sabato 8 marzo, la giornata internazionale della donna?

Torinese era Emma Strada, nata all’ombra della Mole antonelliana nel 1884, la prima donna italiana a laurearsi in ingegneria. Correva l’anno 1908. Si trattò di un traguardo significativo in un periodo in cui gli orizzonti culturali per le ragazze di buona famiglia si limitavano a pochi ambiti: pittura, musica e belle lettere. Alle donne era persino preclusa l’iscrizione a molti sodalizi di mutuo soccorso. «Una giovinetta che avesse espresso il desiderio di fare l’avvocato, il medico o l’ingegnere era guardata con stupore, come le prime donne che imparavano a guidare l’automobile», commenterà il quotidiano La Stampa nel 1958, ricordando quella laurea di mezzo secolo prima.

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Riunione degli ex allievi del Regio Politecnico di Torino. Al centro, Emma Strada

Il 1908 fu un anno assai turbolento. Dal maggio 1906 il governo era presieduto da Giovanni Giolitti (1842-1928), monregalese, impegnato in una vasta opera di rinnovamento della società italiana. Gli scioperi dei lavoratori ottenevano ampio risalto sulle pagine dei giornali. In merito ai conflitti di classe, la situazione era mutata rispetto al recente passato. Ora lo Stato tendeva a presentarsi unicamente come garante delle leggi, lasciando alle forze sociali il compito di ricercare un giusto equilibrio nel libero gioco dei contrasti.

All’estero attecchivano numerosi focolai di crisi che preludevano all’immane tragedia del primo conflitto mondiale. Proprio nel 1908, con un semplice decreto, Francesco Giuseppe, l’imperatore dell’Austria-Ungheria, riuscì ad annettersi la Bosnia ed Erzegovina, rischiando però la guerra con la Russia. Nell’Impero ottomano serpeggiavano le rivolte organizzate dal movimento dei Giovani Turchi.

All’interno di un sistema economico in forte sviluppo come quello europeo d’inizio Novecento, le donne rappresentavano una parte considerevole della manodopera operaia. Al personale femminile si faceva ampiamente ricorso negli stabilimenti tessili che costituivano l’ossatura del sistema industriale italiano. Fra uomini e donne, tuttavia, vigeva una notevole disparità retributiva. È quanto si riscontrava nelle fabbriche di Settimo Torinese. Gli operai della Schiapparelli, ad esempio, percepivano una paga giornaliera oscillante fra un minimo di 2,25 e un massimo di 2,50 lire, mentre le operaie ricevevano solo 1,25 lire.

«Le donne lavoravano in ambienti anche più insalubri di quelli in cui si svolgevano le attività tipicamente maschili. Le operazioni di filatura della seta, della lana e del cotone, cui erano addette principalmente le donne e le bambine, avvenivano in stanzoni bassi, bui, mal aerati, saturi di vapore acqueo e di pulviscolo e caldissimi d’estate. La maggior parte delle donne che vi lavorava per alcuni anni era affetta da tisi o da altre affezioni broncopolmonari. Deviazioni della colonna vertebrale, gastroenteriti, malattie della pelle e oftalmie erano le altre forme morbose più comunemente contratte nelle manifatture tessili».

In tale contesto, la laurea conseguita da Emma Strada all’età di ventitré anni assunse un particolare significato di emancipazione, tant’è che i giornali dell’epoca non omisero d’informare i lettori. Stando al nipote Riccardo Meregaglia, la commissione trattenne la studentessa per un’ora, nel corridoio, non sapendo se proclamarla ingegnere o ingegneressa. A Torino la notizia destò soprattutto curiosità, suscitando pure qualche ironico commento. Scriveva compiaciuto, il 7 settembre, un cronista del quotidiano La Stampa: «Sabato scorso, al nostro Istituto superiore Politecnico, la gentile signorina Emma Strada di Torino ha conseguito a pieni voti la laurea di ingegnere civile. La signorina Strada è così la prima donna-ingegnere che si conti in Italia ed ha appena due o tre colleghe all’estero».

Dopo la laurea, Strada iniziò a operare nello studio del padre, affermato ingegnere al pari del nonno, distinguendosi per dedizione al lavoro e competenza. Contribuì a progetti di grande rilievo, fra cui la ferrovia di Catanzaro, il ramo calabro dell’Acquedotto Pugliese e una galleria a Ollomont, in Valle d’Aosta, per drenare l’acqua da una miniera di pirite cuprifera. Però non poté firmare diversi suoi progetti, presumibilmente a causa delle norme che impedivano alle donne d’iscriversi agli ordini professionali. Tale limitazione fu cassata soltanto dopo la prima guerra mondiale.

Nel 1957 Emma Strada concorse a fondare l’Aidia, l’Associazione Italiana Donne Ingegnere e Architetto, di cui fu la prima presidente. A quel tempo, la percentuale delle laureate in ingegneria non superava l’uno per cento del totale; dieci anni dopo si attestava al cinque per cento, mentre attualmente – secondo l’Università di Padova – sfiora il trenta.

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Emma Strada morì a Torino nel 1970.





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