I diritti violati nei centri di detenzione in Albania – Annalisa Camilli

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Il 25 febbraio il Tavolo asilo e immigrazione ha presentato in parlamento il rapporto Oltre la frontiera. L’accordo Italia-Albania tra propaganda e sospensione dei diritti sul protocollo firmato da Roma e Tirana nel 2023, che ha permesso di trasferire forzatamente in Albania, in tre diverse operazioni, gruppi di richiedenti asilo per sottoporli a procedure accelerate di frontiera nei centri extraterritoriali di Shëngjin e di Gjadër.

L’evento si è svolto in concomitanza con l’udienza della Corte di giustizia dell’Unione europea, consultata dai tribunali italiani riguardo all’interpretazione dei criteri di designazione di un paese “sicuro” alla luce delle indicazioni del diritto europeo, in particolare della direttiva procedure.

“Dopo tre tentativi falliti di applicare il protocollo Italia-Albania, il governo Meloni sembra intenzionato a usare le due cattedrali della propaganda costruite a Shëngjin e Gjadër per altri scopi, ancora non meglio precisati. Il Tavolo asilo e immigrazione, in collaborazione con il gruppo di contatto sull’immigrazione del parlamento italiano, ha organizzato altrettante missioni di monitoraggio con l’obiettivo di denunciare le pesanti criticità del protocollo e renderne evidenti i profili di illegittimità e di arbitrio”, ha affermato l’organizzazione, formata da numerose associazioni che si occupano di migrazioni, asilo e accoglienza.

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“L’hotspot di Shëngjin è il primo luogo in cui sono portate le persone appena sbarcate in Albania. Qui si svolge l’identificazione delle loro vulnerabilità e gli vengono fornite le informazioni iniziali sulle procedure a cui saranno sottoposte. Tuttavia, la rapidità con cui si susseguono gli eventi e il contesto di privazione della libertà rendono estremamente difficile per le persone migranti comprendere appieno la loro situazione e far valere i propri diritti”, si legge nel rapporto.

Il centro di Gjadër, invece, si configura come una struttura polifunzionale in cui coesistono diverse forme di detenzione. È suddiviso in tre sezioni che costituiscono un luogo di trattenimento per chi è sottoposto alla procedura accelerata di frontiera, un Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) e un vero e proprio carcere. “La concentrazione di queste diverse funzioni, comunque tutte di limitazione della libertà personale, all’interno dello stesso spazio solleva interrogativi cruciali sulla natura giuridica della struttura e sulle garanzie effettivamente riconosciute alle persone trattenute”, spiega il rapporto.


La propaganda sul protocollo Italia-Albania per i migranti

La nave Cassiopea della marina militare italiana è tornata operativa nel Mediterraneo per trasferire i migranti in Albania. Un fact-checking su alcune affermazioni del governo in merito all’accordo e all’attuazione delle misure.

Il documento solleva dubbi sulla legittimità dell’intera procedura di trasferimento dei richiedenti asilo in Albania, a partire dalle fasi di selezione e prescreening a bordo delle motovedette della guardia costiera e della nave hub della marina militare italiana (prima nave Libra, poi nave Cassiopea).

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“Circa il 10 per cento delle persone ritenute non vulnerabili nella frettolosa fase di valutazione di eleggibilità in alto mare sono poi state ritenute vulnerabili. Questo dimostra ancora di più l’impossibilità di compiere una valutazione sulla eleggibilità alla procedura accelerata e delle vulnerabilità in alto mare, sollevando dubbi di legittimità dell’intero impianto dell’accordo. Quanto meno per le persone poi dichiarate vulnerabili, la detenzione sine titulo (anche fino a quattro giorni) in nave e poi nell’hotspot devono ritenersi illegittime”, denuncia il documento.

Secondo il Tavolo asilo e immigrazione, le criticità sono numerose e in contrasto con le leggi europee, nazionali e internazionali: “La valutazione delle vulnerabilità è assolutamente inadeguata; l’applicazione delle procedure accelerate in frontiera è generalizzata anche a casi che non dovrebbero essere sottoposti a questo tipo di procedimento; il trattenimento è prolungato fin dalla ‘selezione’ in mare. Infine si registra l’impossibilità per le persone di esercitare il diritto alla difesa in condizioni adeguate, a causa dell’isolamento, della difficoltà di accesso a un’assistenza legale effettiva e della rapidità delle procedure che impediscono una consapevolezza del quadro giuridico entro il quale va collocata la domanda di protezione. Questa modalità di selezione arbitraria e superficiale, e le successive ulteriori mancanze, espongono tutte le persone coinvolte a dei rischi”.

Il rapporto condanna anche la possibilità che i centri albanesi siano convertiti in Centri per il rimpatrio degli irregolari, come proposto dal governo italiano nelle scorse settimane.

Intanto, il 25 febbraio si è svolta la prima udienza della Corte di giustizia dell’Unione europea sul protocollo Itala-Albania. I giudici di Lussemburgo sono chiamati a esaminare i ricorsi pregiudiziali presentati dal tribunale di Roma e da altri tribunali italiani, che hanno chiesto un parere alla corte sulla legittimità di applicare la procedura accelerata di frontiera a persone provenienti dall’Egitto e dal Bangladesh, considerati “paesi sicuri” dal governo italiano. Il collegio dei giudici, che include anche l’italiano Massimo Condinanzi, dovrà esprimersi sulla definizione e sull’applicazione del concetto di “paese terzo sicuro”.

A rappresentare il governo italiano in aula sono stati l’agente del governo Sergio Fiorentino e i legali dell’avvocatura di stato Lorenzo D’Ascia, Ilia Massarelli ed Emanuele Feola. L’avvocato generale della corte dell’Unione europea, Richard de la Tour, esprimerà il suo parere il 10 aprile.

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Le conclusioni dell’avvocato generale non vincolano la corte di giustizia anche se generalmente la indirizzano. Il suo compito consiste nel proporre alla corte, in piena autonomia, una soluzione giuridica sul caso presentato. La sentenza della corte è attesa tra la fine di maggio e l’inizio di giugno.

Questo articolo è tratto dalla newsletter Frontiere.

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