Incontri da Milano a Napoli del piano SelectUsa incentivato da Trump. La tentazione delle imprese: mercato chiave. Il gran finale sarà dall’11 al 14 maggio, con gli imprenditori italiani invitati a Washington
Bastone e carota. Il bastone sono i dazi al 20%. La carota le agevolazioni e gli sgravi previsti dagli Stati Usa per le imprese italiane che spostano le produzioni oltreoceano. Sia chiaro: il piano SelectUsa per incentivare gli insediamenti di aziende straniere c’è dai tempi di Obama. Ma l’amministrazione Trump ha dato un’accelerata. A marzo si sono tenuti incontri in tutt’Italia. I principali: il 18 a Treviso, il 19 a Bologna, il 20 a Milano e il 21 a Napoli. Il tutto con il supporto di AmCham, la Camera di commercio americana in Italia. Agli incontri hanno partecipato le organizzazioni per lo sviluppo dei diversi Stati a stelle e strisce.
L’incontro a Washington
Il gran finale sarà dall’11 al 14 maggio, con gli imprenditori italiani invitati a Washington. «Potrà partecipare chi ha già un progetto da sviluppare negli Usa — spiega il consigliere delegato di AmCham Simone Crolla —. Durante questo evento si potranno fare confronti e capire qual è il contesto più vantaggioso per impiantare la propria impresa. Saranno presenti in pratica tutti gli Stati, dall’Alabama al Wisconsin. Di fatto in concorrenza tra loro nell’offerta di incentivi, dalla formazione del personale, al taglio delle tasse per i primi anni, fino ai contributi a fondo perduto».
La delegazione
L’anno scorso la delegazione italiana era formata da una trentina d’imprenditori ma oggi quelli interessati (le iscrizioni sono ancora aperte) risultano molti di più. D’altra parte Trump ha appena calato l’asso: dazi che per molte aziende mettono a rischio una preziosa quota di export ad alta marginalità. Di cui è difficile fare a meno.
Il rischio di fuga
Lo ha detto chiaro la stessa Confindustria: «Il rischio è la fuga di aziende e capitali negli Usa». Il presidente esecutivo di Pirelli Marco Tronchetti Provera ha spiegato che «l’amministratore delegato e un nostro team sono ad Atlanta per avviare delle discussioni per aumentare la nostra capacità produttiva negli Usa». «Stiamo facendo un lavoro di valutazione per capire se una parte di quanto vendiamo sul mercato Usa può essere prodotto lì, negli Stati Uniti», ha detto a inizio settimana l’amministratrice delegata di Illycaffè Cristina Scocchia.
La scelta di Granarolo
Aggiungendo: «Speriamo che non sia necessario». Il gruppo dell’alimentare Granarolo intende ampliare lo stabilimento nel Connecticut e raddoppiare la produzione. Stesso discorso per Lavazza, che ha annunciato di voler accelerare gli investimenti a Filadelfia.
Il focus sulle medie imprese
Poi ci sono tutte le medie imprese che sorreggono l’economia del Paese. Per loro delocalizzare è più difficile. Ma ci stanno pensando. «Non escludo nulla — dice Cristina Piovesana, presidente e amministratrice delegata di Alf group spa, realtà veneta nel settore dell’arredo —. I dazi Usa hanno un impatto importante su una realtà come la nostra che esporta per il 70% del fatturato. Ma la scelta di spostare un pezzo di produzione negli Usa ha anche molti rischi: viene a mancare l’ecosistema della filiera, per dirne una. Per non parlare del personale: oltreoceano non ci sono le stesse competenze che abbiamo qui».
Le vie d’uscita
Vie d’uscita? «Il problema va affrontato alla radice, l’Europa deve riprendere la sua strada verso una maggiore integrazione. Strada che si è interrotta quando venne meno l’approvazione della Costituzione europea nel 2005».
Il primo Paese per l’export dell’Emilia-Romagna sono gli Stati Uniti. «Dopo gli incontri dei mesi scorsi, qui diversi imprenditori si fanno domande — constata il presidente di Voilàp holding e di Confindustria Emilia Centro Valter Caiumi —. Ma portare un pezzo di produzione all’estero non è un’operazione che si fa a cuor leggero. Molti stanno aspettando. Anche perché non si fidano di Trump e del suo continuo cambiare idea. Nessuno vuole rischiare un investimento sbagliato. E c’è anche chi confida nel fatto di avere prodotti, per esempio nell’ambito delle macchine utensili, che gli americani non potranno sostituire facilmente».
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