La crisi del diritto apre le porte alla barbarie

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Quando il 15 giugno 1940 l’armata tedesca sfilò trionfatrice sotto l’Arco di Trionfo, il filosofo Bergson, che morirà pochi mesi dopo, esclamò: «Siamo stati fortunati, perché abbiamo potuto vedere con i nostri occhi com’erano fatti gli uomini preistorici».

La frase ci torna in mente in questi giorni quando ogni mattina, dalla lettura dei giornali, riceviamo quelli che Marina Corradi ha chiamato «i pugni in faccia, di quelli che stendono i pugili sul ring»: l’affermazione che la guerra in Ucraina non è iniziata con un’aggressione russa; l’idea che l’Ucraina avrebbe dovuto immediatamente arrendersi perché l’aggressore era più forte; il vice presidente Usa che, arrivando nel continente che 80 anni fa i soldati americani fa contribuirono a salvare da Hitler, rende omaggio alla leader del partito neonazista tedesco; il presidente Usa che pretende in regalo le “Terre rare” come il prezzo di un’estorsione.

Saranno anni difficili per chi ama pace, democrazia e mercato civile – ci mette in guardia Luigino Bruni – perché ci troviamo di fronte a un capitalismo rapace che torna alle sue origini primordiali per cui «tutto ciò che non sia accrescimento di profitti e rendite è solo un vincolo da aggirare o allentare». La nostra angoscia – della generazione nata nel dopoguerra, con padri che la guerra l’avevano vissuta e per questo ci avevano insegnato a odiarla – nasce dal fatto che, per la prima volta in modo così brutalmente esplicito, vediamo messa in discussione e travolta l’idea che è alla base delle Costituzioni europee, dei Trattati e delle Convenzioni: l’illusione che i rapporti tra le nazioni non siano solo la formalizzazione della forza bruta; che tragedie atroci come quelle dell’ultima guerra mondiale non si sarebbero più viste; e che qualora crimini di guerra fossero ancora commessi, sarebbero stati sanzionati. Se alle sentenze della Corte di Norimberga si poteva obiettare di aver affermato la giustizia dei vincitori sui vinti, si doveva comunque riconoscere che quei processi avevano posto la prima pietra di un edificio: un nuovo diritto internazionale garantito da un Tribunale perenne e universale, dotato di poteri coercitivi verso tutte le nazioni, capace di dire ai potenti della terra che crimini come quelli del passato non sarebbero rimasti impuniti.

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Questo era il senso dei Tribunali creati ad hoc dall’Onu per i crimini di guerra nell’ex Jugoslavia e in Rwanda. Che a loro volta hanno aperto la strada alla Corte permanente dell’Aja istituita con il trattato di Roma del 1998. Ma fu proprio in quel momento che l’illusione dei nostri maestri si incrinò. Perché le maggiori potenze (Usa, Russia, Cina) non ratificarono il trattato, ai cui lavori preparatori gli Stati Uniti (presidente Bill Clinton) avevano contribuito. Oggi l’illusione è frantumata, con Trump che piccona la Corte e minaccia sanzioni ai suoi membri. L’angoscia è così profonda che – scrive Corradi – di fronte a questa nuova era che si presenta ai nostri occhi siamo presi dal dubbio di non avere più «la fermezza morale e la forza per reagire».

Vengono in mente le angosce di altri uomini e donne sul finire degli anni Trenta. Nei mesi in cui i soldati di Hitler conquistavano l’Europa, Piero Calamandrei si poneva sul suo Diario interrogativi strazianti sulla morte della civiltà europea. Perché questa era la paura degli intellettuali europei: veder cancellati, per sempre, millenni di civiltà occidentale in cui, dopo guerre, persecuzioni e barbarie, si erano fusi umanesimi di diversa radice (filosofica, religiosa, politica).

Il 21 gennaio 1940 Calamandrei parla agli universitari fiorentini della Fuci. La guerra è in corso da cinque mesi. Negli ultimi due anni tutte le regole del diritto internazionale erano state stracciate e spazzate via dalla brutalità della forza militare. Dunque – si chiede Calamandrei – il diritto internazionale non è altro che la formalizzazione del fatto compiuto? Ma in quel gennaio resiste una speranza, seppur flebile, che l’Italia eviti la tragedia, non lasciandosi trascinare nel conflitto. La professione di fede nella legalità che Calamandrei propone agli studenti cattolici parla ancora a quella speranza del cuore, contro l’inesorabile precipitare degli eventi. Contro l’affermazione della «violenza senza curarsi dei codici», contro lo spirito dei tempi, che i giovani cresciuti col regime respiravano da vent’anni a pieni polmoni, il laico Calamandrei si rivolge ad altri giovani che attingono ad altri valori. E a questi fa appello. Ricorda che la forza che crea il diritto non può essere soltanto «cieca violenza» ma è soprattutto «la forza della coscienza morale, la fede in certi insopprimibili valori umani, la aspirazione verso la bontà e verso la pietà».

Esortando gli universitari cattolici a difendere l’importanza del diritto, che non vuol dire isolamento «in una vuota tecnica avulsa dalla realtà storica». Al contrario, dedicare la vita alla giustizia vuol dire «difendere, attraverso il rispetto delle leggi uguali per tutti, quella consapevolezza della uguaglianza di tutti gli uomini dinanzi allo spirito, che è, per chi ascolti la storia, la conquista più alta, e meno rinunciabile, della nostra civiltà cristiana». Nel volger di pochi mesi tutto questo fu travolto. Ma cinque anni dopo questi valori risorgeranno e alimenteranno la nuova Europa di De Gasperi, Spinelli, Adenauer, Schuman, Spaak. È una consolazione terrificante, se pensiamo che, in mezzo, c’era stata la guerra. Oggi, contro «l’eclissi di umanità», dobbiamo di nuovo fare appello a quell’incontro di umanesimi diversi che ispirarono i nostri Costituenti. Certo, saranno anni difficili «per chi ama pace e democrazia». Ma noi siamo attrezzati a non mollare.





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