Israele bombarda la nuova Siria, tutti tacciono

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Una cosuccia da nulla come il bombardamento israeliano della Siria, in pieno svolgimento in questi giorni, è del tutto assente dalle homepage dei principali media italiani. Non si tratta necessariamente di una volontà editoriale di occultare l’evento, ma è grave che non ci sia una volontà editoriale di parlarne. Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha dichiarato: “La Siria meridionale deve essere una zona demilitarizzata – abbiamo trasmesso i messaggi e l’IDF (l’esercito israeliano) è pronta. L’altro ieri è stato il primo tentativo del nuovo regime di presidiare posizioni e avamposti lì – e l’aeronautica ha attaccato e colpito. Non permetteremo che la demilitarizzazione della regione della Siria meridionale venga violata e non permetteremo che si presenti una minaccia”.

Queste parole arrivano poche ore dopo che il nuovo governo siriano, guidato dal presidente ad interim Abu Mohammad al-Jolani, ha chiesto a Israele di ritirarsi dai territori siriani occupati. La risposta israeliana è stata immediata e violenta: l’aviazione ha colpito obiettivi militari nel Sud della Siria, tra cui quartier generali e depositi di armi. L’esercito israeliano ha giustificato l’attacco affermando che la presenza di forze militari in quella zona costituisce una minaccia per i cittadini israeliani.

Israele in Siria come la Russia in Ucraina

Gregg Carlstrom, giornalista dell’Economist che copre il Medio Oriente, ha sottolineato su X l’ambiguità della posizione israeliana: “Israele a dicembre: dobbiamo attaccare la Siria perché nessuno ha il controllo vicino al nostro confine. Israele a febbraio: dobbiamo attaccare la Siria perché il governo sta cercando di esercitare il controllo vicino al nostro confine”. Questa contraddizione evidenzia come la politica israeliana sia basata su una narrativa doppia, adattabile alle esigenze del momento, ma sempre finalizzata a giustificare interventi militari unilaterali.

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Il Governo siriano ha condannato fermamente l’attacco, definendolo una violazione della sovranità nazionale e di accordi internazionali di lunga data. Durante una conferenza nazionale per l’unità politica ed economica del Paese, il presidente al-Jolani ha respinto le “dichiarazioni provocatorie del Primo ministro israeliano” e ha chiesto alla comunità internazionale di esercitare pressioni su Israele per fermare l’aggressione.

Un evento gravissimo, in cui Israele tratta la Siria come la Russia tratta l’Ucraina. Con la differenza che la Siria del 2025 è infinitamente meno armata dell’Ucraina del 2022. Fatto sta che il bombardamento è stato quasi completamente ignorato dai media italiani: nessuna prima pagina, nessun approfondimento, nessun dibattito. Questo silenzio non è solo una mancanza di informazione, ma un atto politico inconsapevole che contribuisce a normalizzare l’espansionismo israeliano e a desensibilizzare l’opinione pubblica rispetto alle violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale.

L’espansionismo di Israele

L’assenza di copertura mediatica ha un impatto profondo sulla percezione pubblica. In un contesto in cui l’informazione è spesso frammentaria e superficiale, il silenzio su eventi come questo contribuisce a mitigare i rischi dell’espansionismo israeliano Il pubblico, soprattutto quello più anziano e meno propenso a cercare fonti alternative, rimane all’oscuro di dinamiche cruciali per comprendere l’escalation in atto in Medio Oriente.

Questo silenzio non è necessariamente frutto di una scelta consapevole, ma è comunque sintomatico di un razzismo inconsapevole. Si tratta di una forma di discriminazione passiva, che deriva da una visione del mondo in cui alcune vite e alcune sofferenze valgono meno di altre. Se un attacco militare in Europa o negli Stati Uniti ricevesse la stessa scarsa attenzione, sarebbe considerato uno scandalo. Ma quando si tratta di un Paese come la Siria, già devastato da anni di guerra, il silenzio sembra quasi scontato.

Parlare del bombardamento israeliano della Siria non significa schierarsi contro Israele o a favore della Siria. Significa riconoscere che ogni atto di violenza, chiunque ne sia l’autore, merita di essere raccontato e analizzato. Significa ricordare che il diritto internazionale e i diritti umani non sono negoziabili, e che la sovranità di uno Stato non può essere violata impunemente.

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