Alle 8:47 di ieri 26 febbraio, mentre si recava a depositare la candidatura per le nuove elezioni presidenziali rumene del 4 maggio, il favorito Calin Georgescu è stato bloccato nel traffico di Bucarest e arrestato. Trascinato nella Procura generale, ha affrontato 12 ore di interrogatorio su sei capi d’accusa, tra cui istigazione ad azioni contro l’ordine costituzionale, riciclaggio e collaborazione con servizi segreti stranieri.
Nell’auto gli investigatori hanno trovato mappe tattiche di Bucarest con obiettivi sensibili cerchiati in rosso. Ma il colpo più duro è arrivato dai suoi stessi collaboratori: Marian Cozma, ex-direttore della campagna elettorale, ha confessato all’emittente televisiva Pro TV di ricevere ordini da «consiglieri russi via Signal».
Inoltre, durante 47 perquisizioni coordinate in cinque contee, le autorità hanno sequestrato: 23 fucili d’assalto AK-47 modificati, manuali di guerriglia urbana in russo e serbo, 4 milioni di dollari in contanti divisi in valigie termiche e documenti falsificati su “piani di emergenza” per il dopo-elezioni.
Georgescu rischia da 15 a 25 anni di carcere. I suoi avvocati hanno annunciato che faranno ricorso, sostenendo la violazione dell’art. 3 Protocollo 1 (diritto a elezioni libere). Inoltre, la PROCAP (Procura dei Criminali di Alto Profilo) sta indagando su possibili collusioni dentro i servizi segreti.
Le reazioni internazionali – Elon Musk ha twittato «La democrazia è morta in Romania», mentre il vicepresidente Usa J.D. Vance ha parlato di «doppi standard occidentali». Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha negato qualsiasi collegamento con Georgescu, definendo le accuse «isteria anti-russa». Tuttavia, fonti dell’Europol hanno segnalato aumenti del 300% nel traffico bot pro-Georgescu da server russi nelle 24 ore successive all’arresto.
Ora la Romania è divisa: il 43% considera Georgescu un “martire politico” mentre il 54% lo considera un traditore. Sul piano giudiziario, il processo potrebbe durare anni, con il rischio di alimentare ulteriore instabilità nel paese. Ma come ha avvertito il presidente rumeno Klaus Iohannis: «Chi gioca con il fuoco della sovversione troverà solo cenere».
Intanto, Bruxelles prepara nuove direttive contro la disinformazione elettorale. Perché nel XXI secolo, i golpe non si fanno più solo con i carri armati, ma con like e deep-fake.
L’annullamento delle elezioni – Il 10 novembre 2024, Calin Georgescu, ingegnere 45enne di Bucarest e figura semisconosciuta fino a pochi mesi prima, otteneva il 31.7% dei voti nel primo turno delle presidenziali rumene. Questo risultato sorprese esperti e istituzioni, considerando la sua campagna low-cost basata su comizi improvvisati e viralità sui social media, in particolare su TikTok. Il suo programma combinava soprattutto critiche all’Unione Europea e conseguenti aperture alla Russia sulla questione ucraina.
Analisi successive hanno rivelato come l’algoritmo di TikTok avesse favorito in modo anomalo i contenuti pro-Georgescu, con picchi del 78% di visualizzazioni nei tre giorni precedenti alle elezioni. Il 17 dicembre 2024 i giudici costituzionali invalidarono il primo turno elettorale con una decisione 6-1, stabilendo così un precedente giuridico sul “cyber-golpe”. La sentenza si basava sull’articolo 146 della Costituzione, che vieta ingerenze straniere nel processo democratico. Parallelamente, il Dipartimento investigativo sulla criminalità informatica (DIICOT) aveva aperto un’indagine per finanziamento illecito, focalizzandosi su transazioni sospette verso società offshore legate alla campagna di Georgescu. «Non è stata una campagna, ma un’operazione di guerra cognitiva», ha dichiarato il procuratore capo anticorruzione, Mihai Popa, mostrando alla stampa il materiale usato per diffamare gli avversari. Questa operazione sfruttava server basati a Kaliningrad in Russia e utilizzava deep-fake per diffondere video compromettenti sui rivali politici. La Corte costituzionale, annullando il voto, ha parlato di “attacco senza precedenti alla sovranità digitale”.
La decisione ha scatenato l’ira dei sostenitori di Georgescu. Ci sono state manifestazioni quotidiane a Bucarest e Cluj-Napoca, raggiungendo il picco di 25,000 partecipanti il 20 dicembre. I cortei, caratterizzati da simboli neolegionari (riferimenti alla Guardia di Ferro, organizzazione filo-fascista degli anni ’30), denunciavano un “colpo di stato giudiziario”. Il movimento ha ricevuto sostegno logistico da gruppi come il Partito dei giovani (POT), scissione estrema dell’Alleanza per l’unità dei romeni (AUR). “Pronti a difendere la volontà popolare con le armi”, si leggeva nei loro chat group.
Le indagini su finanziamenti esterni – Il 7 gennaio 2025, la Procura anticorruzione ha sequestrato 1.2 milioni di dollari in contanti durante una perquisizione nella sede della ONG “Libertatea României”, legata a Georgescu. Le analisi bancarie hanno rivelato flussi da tre fonti principali: società fantasma registrate a Cipro (riconducibili a oligarchi russi del settore energetico), donazioni anonime via criptovalute (principalmente Bitcoin) e transazioni da fondi neri del Partito della libertà (libertariani statunitensi).
Figure chiave sono emerse nell’inchiesta, come Horatiu Potra, ex-legionario francese e capo della società militare privata “Dacia Security”. Arrestato il 15 dicembre 2024 per possesso illegale di armi, Potra aveva organizzato «esercitazioni paramilitari» per sostenitori di Georgescu nella foresta di Comana, a sud della capitale. Le chat decriptate mostravano piani per presidiare seggi elettorali nel secondo turno, che però è saltato.
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