Mentre ricorda la rivolta del Caracazo – il 27 febbraio del 1989, quando le masse impoverite si ribellarono contro le misure neoliberiste del governo in carica e vennero pesantemente represse – il Venezuela si appresta a vivere un altro anno di elezioni: in acque tutt’altro che calme, sia a livello nazionale che internazionale.
Inizialmente, il Consiglio nazionale elettorale (Cne), aveva deciso di aprire le urne in un’unica data, il 27 di aprile, per accorpare le legislative e le regionali (i governatorati). Il 19 febbraio, il presidente del Cne, Elvis Amoroso, ha però comunicato che quella data sarà invece occupata dalla seconda tappa in cui verranno votati i progetti delle comunità da realizzare prioritariamente con i finanziamenti statali.
Per la composizione del Parlamento (l’Assemblea nazionale, unica camera), del consiglio legislativo e per le governazioni (24 governatori più quello della Guayana Essequiba) si voterà il 25 maggio. Notizie che stanno movimentando il panorama politico, dentro e fuori il paese, e producono crepe all’interno dell’opposizione più radicale, capitanata da Maria Corina Machado, e dal suo candidato di facciata, Edmundo González Urrutia, essendo lei stata inabilitata per 15 anni.
All’interno del cartello di opposizione, la Piattaforma Unitaria Democratica (Pud), vari partiti sono spaccati sulla consegna data da Machado di condizionare l’eventuale partecipazione elettorale al “riconoscimento dei risultati del 28 luglio”. Partiti come Un Nuevo Tiempo e Movimiento Por Venezuela, così come il due volte candidato alla presidenza (e due volte sconfitto), Henrique Capriles, e altri, hanno invece invitato a recarsi alle urne il 25 maggio. Anche le componenti della destra più moderata, che siedono nel variegato arco parlamentare, stanno scegliendo i propri candidati e gli slogan di campagna.
Dalla Spagna, dove si è trasferito dopo le violenze post-elettorali del 28 luglio 2024, González Urrutia ha invece dichiarato che non parteciperà a quelle che considera “false elezioni”. Intanto, si dedica a una frenetica attività “diplomatica”, considerandosi non il secondo classificato come ha stabilito il Cne, ma il vero vincitore, e dunque il “legittimo” presidente.
Sia lui che Machado stanno collezionando premi da parte dei paesi europei, in quanto “difensori dei diritti umani” perseguitati da un governo totalitario e “illegittimo”.
Né le accuse rivolte a Urrutia, provenienti dagli ambienti della chiesa di base salvadoregna, secondo cui è stato complice nella persecuzione degli esponenti della teologia della Liberazione, quand’era diplomatico a El Salvador, né le posizioni politiche di Machado sembrano turbare le democrazie europee. Machado, una delle firmatarie della Carta di Madrid, che ha dato avvio all’”internazionale nera” sotto l’egida di Steve Bannon, nel 2020, ha aperto il terzo congresso dell’alleanza delle destre estreme, organizzata dal partito spagnolo Vox a Parigi.
Per lei, solo i Patrioti rappresentano “la vera libertà” e sono i veri alleati dell’estrema destra venezuelana contro il “dittatore” Maduro. Un cortocircuito che, però, non sembra turbare i sonni delle forze politiche italiane e europee, che l’appoggiano con enfasi bipartisan.
Alla Kermesse questa volta non c’era la premier Giorgia Meloni, un’altra delle firmatarie della Carta di Madrid, ma il vicepremier Matteo Salvini, in buona compagnia con tutto il sovversivismo delle classi dominanti sulla scia di Trump, il cui slogan di campagna – Maga, Fare l’America di nuovo grande, riadattato in Mega, Fare l’Europa di nuovo grande – ha campeggiato alla Convention dei Patrioti.
Anche sulle elezioni venezuelane, così come su quelle di tutta l’America latina (a cominciare dal secondo turno, in aprile, in Ecuador ad aprile) incombe l’ombra di Trump e del tecno feudalesimo sospinto da Elon Musk che lo sostiene. Ma intanto, seppure a guidare le politiche di Trump vi sono personaggi come il segretario di Stato, Marco Rubio, che hanno fatto della lotta a Cuba, al Venezuela e a tutte le esperienze che si richiamano al socialismo in America Latina, una vera ossessione, sarà difficile per Machado e soci passare indenni dopo lo scandalo scoppiato sui finanziamenti dell’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (Usaid), di cui non si trova traccia.
L’agenzia governativa statunitense, creata nel 1961 per contrastare l’influenza dell’Unione Sovietica nel mondo, e ora mandata in soffitta da Trump, ha sborsato un sostanzioso gruzzolo per ottenere l’agognato “cambio di regime” in Venezuela. Tra il 2014 e il 2024 ha moltiplicato per 26 i fondi assegnati per “aiuti umanitari e promozione della democrazia”, passando dagli 8 milioni di dollari iniziali a 211 milioni di dollari l’anno passato. Fondi presi in consegna dall’opposizione estremista e sottratti, come periodicamente hanno denunciato alcuni settori interni insoddisfatti per la spartizione.
Ora, le varie componenti della Pud puntano tutte il dito su Juan Guaidó, l’ex autoproclamato “presidente a interim” del Venezuela, riparato a Miami, dove potrebbe finire sotto inchiesta per malversazione di fondi. Un’ altra spina nel fianco per Machado e soci, che chiedono un aumento delle “sanzioni” al proprio paese è costituita dall’incontro fra un portavoce dell’amministrazione Trump e il governo Maduro. Come risultato, c’è stato il rinnovo per altri sei mesi della licenza all’impresa Chevron di operare in Venezuela, malgrado le “sanzioni”.
Tuttavia, Trump è tornato di recente sulla decisione, rispolverando i toni usati alla fine del suo primo mandato, quando aveva ritenuto inutile la decisione di Biden di “flessibilizzare” alcune sanzioni per dare la licenza a Chevron: “trovo inutile – aveva detto – spendere soldi per comprare il petrolio che si trova a un tiro di schioppo, e che io mi sarei andato a prendere con la forza”.
Intanto, il governo bolivariano sta ricevendo e sistemando le centinaia di migranti deportati da Trump, dopo esserne andati a recuperare un gruppo detenuto a Guantanamo. E, intanto, le lobby di estrema destra premono sugli organismi internazionali: dalla Corte penale internazionale dove stanno cercando di far condannare Maduro, al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, dove si vuol prolungare il mandato a una Commissione di verifica “indipendente”, nominata dal defunto Gruppo di Lima nel periodo Guaidó.
In quel periodo si portarono all’acme l’accerchiamento e l’asfissìa del Venezuela, con il potente appoggio del Segretario generale dell’Organizzazione degli stati americani (Osa), Luis Almagro, ora a fine mandato. Bisognerà vedere che accadrà nell’Assemblea generale straordinaria dell’Osa, che si terrà a Washington il 10 marzo per eleggere il successore di Almagro. Si deciderà fra la candidatura di Rubén Darío Ramírez Lezcano, del Paraguay, posizionato a destra, e quella di Albert Ramchand Ramdin, del Surinam, paese membro della Caricom, il cui governo negli anni passati non appoggiò risoluzioni contro Maduro. Il vincitore dovrà ottenere almeno 18 voti dei 34 paesi membri dell’Osa, da cui il Venezuela si è ritirato, come aveva già fatto Cuba.
Ma un altro focolaio di tensioni si propaga dalla zona contesa fra Venezuela e Guyana l’Essequibo, ricchissima di petrolio e di minerali preziosi. Il governo di Guyana ha consentito lo sfruttamento – illegale secondo gli Accordi di Ginevra, a cui il Venezuela ricorre – alle multinazionali statunitensi, e ha anche autorizzato l’ingresso del Comando Sud.
Il presidente Nicolas Maduro
Intanto, il Venezuela approfitta della crescita economica – la più alta della regione, secondo tutti gli indicatori internazionali – per ampliare i piani sociali rivolti ai settori popolari, rinnovare alcune convenzioni collettive con i lavoratori, e aumentare il “salario sociale”, comprensivo di beni e servizi e non solo di denaro, per evitare che gli aumenti vengano polverizzati dall’”inflazione indotta”.
E mentre si discutono i termini della prevista riforma costituzionale, che dovrebbe aumentare ulteriormente il “potere popolare”, sono state nominate quattro apposite commissioni. Per i media di opposizione, si tratta di un’ulteriore svolta verso il “modello cubano”, che riprende il progetto di riforma costituzionale bocciato per pochissimo con Chávez nel 2007.
Per il governo Maduro, si tratta di un passo ulteriore verso il depotenziamento “del vecchio Stato borghese” e un ampliamento della democrazia diretta.
Un indirizzo evidenziato dalle tornate di voto sui progetti scelti dalla comunità in base al loro “bilancio partecipato”. Un voto che anticipa il senso e la portata del progetto di stato comunale, a cui il socialismo bolivariano lavora da anni: almeno dal 20 ottobre del 2012.
Allora, durante l’ultimo Consiglio dei Ministri a cui partecipò, Hugo Chávez, che era stato rieletto per un terzo mandato alla presidenza del paese il 7 ottobre, dettò le linee guida per l’autogoverno delle comunità organizzate. Un discorso passato alla storia come Golpe de Timón, la sterzata necessaria per spostare la rotta verso l’orizzonte di un socialismo libertario, “umanista”, guidato dal potere popolare.
“Comuna o nada”, concluse con enfasi il presidente per indicare quale avrebbe dovuto essere la direzione del “socialismo del XXI secolo” in Venezuela. E, poco prima di morire per un tumore che se lo sarebbe portato via il 5 marzo del 2013, rivolto a colui che avrebbe indicato come l’uomo da votare per succedergli alla presidenza, Nicolas Maduro, disse: “Nicolas ti raccomando la Comuna come ti raccomanderei la mia stessa vita”.
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