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Certe storie non appartengono solo a chi le vive, ma a tutti coloro che, leggendo, vi si specchiano. Si aggrovigliano attorno a un nome, un destino, un luogo, ma trascendono le vicende individuali per farsi narrazione collettiva. È la letteratura stessa, dopotutto, a dirci che ogni storia familiare è un atto di memoria, un tentativo di trattenere il tempo prima che scivoli via, di ridare carne e voce a coloro che, altrimenti, diverrebbero soltanto ombre sfocate nei corridoi della Storia. Perché in fondo, quando raccontiamo la vita di qualcuno, stiamo parlando anche della nostra, del nostro modo di esistere nel mondo, dei legami che ci definiscono e delle cicatrici che ereditiamo. Eppure, la memoria non è mai un atto innocente. Ogni gesto di ricostruzione è anche un processo di selezione, una riscrittura inevitabile del passato, uno sforzo disperato per colmare i silenzi, per ridare senso alle assenze, per trovare una coerenza in ciò che è stato.
Quando leggiamo una storia familiare, leggiamo anche il destino di un popolo, l’incisione profonda che il tempo lascia sulla carne e sulla coscienza di chi lo attraversa. È questo il battito sotterraneo che anima la trilogia “Storia di Antonio Della Portella” (Gruppo Albatros il Filo) di Annibale Falato, un’opera che intreccia memoria, identità e destino in un racconto che non appartiene solo a chi lo scrive, ma a chiunque vi riconosca un frammento della propria esistenza.
Annibale Falato ha incontrato la narrazione quasi per caso, nel 2017, eppure nella sua traiettoria esistenziale si avverte il passo sicuro di chi ha sempre custodito la memoria e il senso delle radici. Laureatosi in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli, ha esercitato per oltre trentacinque anni la professione forense a Roma, senza mai recidere il legame con il suo paese natale. La sua produzione letteraria è il risultato di un’urgenza maturata nel tempo, di un dialogo interiore con il passato che si è fatto parola. Dal 2019 in poi, i suoi libri si sono susseguiti con una rapidità che tradisce la forza dell’ispirazione, fino alla nascita della trilogia “Storia di Antonio Della Portella”, il suo lavoro più ambizioso. Con la pubblicazione del terzo e ultimo volume, la sua opera assume la dimensione di una grande saga familiare che, oltre a narrare la storia di un uomo, esplora le vicende di un’intera generazione, segnando il confine sottile tra il destino individuale e la storia collettiva.
Il primo volume della saga è la cronaca di una fuga e di un ritorno, il racconto di un’Italia spezzata dalla guerra e dalla disperata ricerca di riscatto di chi, tra miseria e speranza, è costretto a partire. Giuseppe, padre di Antonio, è l’archetipo dell’emigrante: lascia la sua famiglia per cercare fortuna in Germania, tra i giardini ben curati di una villa berlinese e l’illusione di un’esistenza migliore. Ma il destino non permette illusioni durature. Al ritorno in patria, trova una realtà immutata, un paese ancora sospeso nel dolore e nella povertà. È qui che prende forma la figura di Antonio, strappato alla sua infanzia per seguire il padre in un viaggio che, come ogni rito iniziatico, porterà con sé promesse, ferite e il peso di un’ereditarietà irrisolta. Nel secondo volume, il bambino sradicato dalla sua terra si è fatto uomo, ma la sua crescita è tutt’altro che lineare: è il frutto di scontri, esitazioni, illusioni infrante. Antonio è intrappolato in un’esistenza che sembra governata da forze contrastanti – il retaggio familiare, le convenzioni sociali, il desiderio di emancipazione – e il suo cammino diventa il riflesso di una lotta interiore più ampia. È il paradigma dell’uomo moderno, che si crede artefice del proprio destino ma scopre, giorno dopo giorno, di essere incatenato a traiettorie già segnate. L’educazione sentimentale e intellettuale di Antonio è dunque un confronto con il dubbio: il mondo offre opportunità, ma lui è pronto a coglierle? O il destino ha già scritto il suo epilogo?
Nell’ultimo volume della saga il destino si intreccia con la Storia, e l’uomo si scopre non solo artefice, ma anche pedina di un gioco più grande di lui. Antonio si trova a fronteggiare il culmine del suo percorso: un labirinto di intrighi, poteri occulti e verità sfuggenti. La narrazione si fa più serrata, quasi un thriller, dove i segreti di famiglia si dissolvono in qualcosa di più vasto: la trama nascosta della storia contemporanea, fatta di poteri invisibili, di manipolazioni sottili, di uomini che muovono le leve della società senza mai mostrarsi davvero.
Falato costruisce un romanzo che viaggia attraverso i meccanismi di controllo che regolano il mondo. Il protagonista si ritrova al centro di una ragnatela di giochi di potere, in cui la massoneria, gli affari internazionali e le influenze vaticane emergono come forze oscure e imperscrutabili. Le pagine si riempiono di tensione, le rivelazioni si moltiplicano, il destino di Antonio si confonde con quello di figure enigmatiche, oligarchi, uomini di fede e mercanti di potere.
Ma non è solo una battaglia esterna: l’ultimo atto del viaggio di Antonio è anche una resa dei conti con sé stesso. Come in ogni tragedia classica, il protagonista si confronta con il proprio passato e con la consapevolezza che ogni scelta, ogni errore, ogni legame ha un prezzo da pagare. E mentre la sua esistenza si avvicina alla conclusione, il romanzo si fa riflessione sul libero arbitrio: fino a che punto possiamo scegliere il nostro cammino, e fino a che punto il mondo l’ha già scelto per noi? Il destino è una presenza ineludibile, che si intreccia alla volontà individuale: ogni scelta di Antonio si scontra con un ordine già stabilito, con forze che sembrano guidarlo al di là della sua volontà. Il libero arbitrio esiste, ma porta con sé un peso, una conseguenza inevitabile che rende ogni azione un compromesso. Falato costruisce un universo narrativo in cui la Provvidenza non è mai una garanzia di salvezza, ma una forza sottile che orienta gli eventi senza mai concedere risposte definitive. Antonio scopre che ogni suo passo ha un costo. Il passato non concede scappatoie, e la vita si rivela una partita in cui il destino e la volontà si confondono.
Lo stile di Annibale Falato si colloca in una zona di confine tra il realismo e l’affabulazione narrativa, tra la cronaca e l’introspezione psicologica. La scrittura è densa, ricca di particolari e di rimandi storici, così la narrazione procede con passo sicuro, quasi documentaristico, senza mai abbandonare il respiro del romanzo. È un impianto narrativo che mira alla solidità, in cui l’autore lascia che siano le vicende stesse a suggerire riflessioni più ampie, affidando al lettore il compito di coglierne le implicazioni. Falato costruisce così un’opera che, pur avendo una chiara struttura narrativa, si apre alla dimensione filosofica, lasciando spazio a interrogativi senza risposta.
La trilogia di “Storia di Antonio Della Portella” si chiude con la certezza di un destino finalmente compiuto. Antonio ha attraversato il caos della vita, le separazioni e i ritorni, gli inganni del potere e le illusioni della libertà. Ha lottato contro il peso della memoria, contro la forza di un passato che sembrava scritto prima ancora che potesse comprenderlo. Ora, nel punto esatto in cui tutto aveva avuto inizio, il tempo smette di rincorrersi, le domande trovano il loro spazio nel silenzio, e il viaggio si ricompone in una nuova quiete.
Non c’è più nulla da inseguire, nessuna ombra da temere. Ogni scelta, giusta o sbagliata, ha trovato il proprio posto nell’ordine delle cose. E mentre la storia si conclude, non resta che voltarsi un’ultima volta, senza rimpianti. Perché non sempre la pace è una meta: a volte è semplicemente il momento in cui si smette di fuggire.
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