“È sbagliato usare il termine pulizia etnica, ma è ancora più dannoso suddividersi tra ebrei buoni ed ebrei cattivi”. Luciano Belli Paci, avvocato e figlio della senatrice a vita Liliana Segre, è tra i fondatori dell’associazione “Sinistra per Israele”. Parlando con HuffPost spiega perché non avrebbe mai firmato l’appello di oltre 200 ebrei italiani pubblicato ieri su Repubblica e sul Manifesto, sostenendo che “pur non avendone ancora parlato con mia madre, credo che anche lei non lo condivida”.
Avvocato Belli Paci, ha fatto molto discutere l’appello sottoscritto da centinaia di ebrei italiani per dire “no alla pulizia etnica” in atto a Gaza. Lei non l’ha firmato, perché?
Intanto, non sono stato contattato. Credo perché tra i promotori ci siano molti miei amici, che sanno bene come la penso. Però speravo che questi compagni facessero un supplemento di riflessione. In ogni caso, non l’avrei firmato per due motivi.
Quali?
Come membro della direzione nazionale di Sinistra per Israele, condivido le critiche che questo gruppo di persone avanza alla proposta demenziale di Donald Trump su Gaza. Le nostre posizioni sono quanto di più lontano da quelle del premier Benjamin Netanyahu. Però, non avrei usato il termine “pulizia etnica”. Tecnicamente, è proprio sbagliato, persino l’inaccettabile piano di Trump prevede uno spostamento di popolazione, non una pulizia etnica. È un gergo impreciso.
Il secondo motivo?
L’altro piano, ancor più importante, è la conseguenza di un appello del genere: firmare una petizione in quanto ebrei innesca la prevedibile competizione a cui stiamo assistendo. Parlo di un contrapposizione tra ebrei buoni e cattivi. Lo stiamo vedendo già, sui social pullulano sfottò e insulti contro chi non ha firmato. Come al solito, nel mirino è finita soprattutto mia madre. I promotori dell’appello dovevano prevederlo, come hanno fatto a non capirlo? In che mondo vivono?
Anche sua madre, Liliana Segre, non ha firmato l’appello. Possiamo dire che non era d’accordo con quel manifesto?
Guardi, non ci ho ancora parlato. Quello che posso dire è che lei, quando divenne senatrice a vita, decise di non sottoscrivere più appelli. Ne arrivavano cinque al giorno, così fece una scelta. Posso, quindi, escludere che avrebbe firmato questo testo, credo anche che non lo condivida nel merito. Negli ultimi anni, mia madre ha firmato solo un appello: quello di Luigi Manconi per il cessate il fuoco a Gaza. Si è sempre spesa per il rilascio degli ostaggi e per far finire al più presto la guerra nella Striscia.
Torniamo a lei. I 216 firmatari si definiscono ebrei italiani, è questo che l’ha turbata di più?
Più che altro è questo bisogno di esprimersi in quanto ebrei. Un atteggiamento che implicitamente comporta l’accettazione del principio di colpa collettiva. Potevano usare altre sigle, senza creare due gruppi distinti. E poi perché io devo dire che Netanyahu fa una porcata in quanto ebreo? Il bisogno dei miei amici di farsi accettare non funziona. Agli odiatori di Israele non basterà mai. Come diceva Pietro Nenni: “A fare a gara a fare i puri, troverai sempre uno più puro che ti epura”.
Sembra che l’appello volesse anche a manifestare un dissenso interno, nei confronti delle comunità ebraiche italiane, ritenute troppo filo-governative.
Lo capisco, la loro è una reazione al clima creato in molte comunità ebraiche, ad esempio a Roma o a Milano. I vertici lì sbagliano, si pongono come un’ambasciata di Israele. E’ una deriva che esiste ed è un danno assoluto per gli ebrei italiani. Ma lo dico senza farne parte, io ho una storia complicata: sono cresciuto con un’educazione cattolica e mi ritengo un ebreo onorario.
Allora un problema, come dice lei, di sovrapposizione tra comunità e governo israeliano esiste.
Sì, comprendo il disagio di vivere dentro comunità rispetto alle quali si sentono emarginati, ma questo non giustifica la loro operazione. Avrebbero dovuto criticare le comunità, non dividerci in due gruppi e chiedere agli ebrei, in quanto ebrei, di prendere le distanze.
Alcuni membri più conservatori delle comunità, come l’ex presidente di quella romana, Riccardo Pacifici, hanno chiesto un “divorzio”. Ad HuffPost ha detto di “pulirsi il sedere” con quest’appello.
Purtroppo ci sono state reazioni insultanti, anche con toni inaccettabili. Io non li uso, stimo molti dei promotori ma hanno creato una frattura di cui non si sentiva alcuna necessità.
Edith Bruck, che non ha sottoscritto l’appello, parlando con questo giornale ha criticato duramente l’operato di Netanyahu. Per la scrittrice le azioni del premier israeliano hanno provocato “uno tsunami di antisemitismo”. È così?
Ho apprezzato l’intervista che le avete fatto, Bruck spiega bene molti punti ed è durissima contro Netanyahu. Sull’antisemitismo posso dire che siamo di fronte a un’ondata spaventosa, i casi sono quintuplicati e noi ne siamo i primi testimoni. Però vorrei fare una precisazione.
Prego?
Non si può dire che le azioni di Netanyahu abbiano “provocato” un aumento dell’antisemitismo. Per quanto si condannino le scelte del governo è inammissibile che si crei un principio di colpa collettiva che rende tutti gli ebrei del mondo sotto attacco. È inaccettabile.
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