Milano, 27 feb. (askanews) – (di Cristina Giuliano) Si dice che la sua ossessione sia salvare mondi dimenticati, come galassie di un’altra dimensione. Così il suo Hotel Sextantio, nell’antico borgo abruzzese di Santo Stefano di Sessanio, ai confini del Parco Nazionale del Gran Sasso, alle pendici dell’Appennino, è entrato nella guida Michelin come ‘soggiorno speciale’: “Oggi, con lo sviluppo esasperato e irreversibile del mercato globale e del prodotto turistico globalizzato e tutte le conseguenze in termini di identità, i luoghi della marginalità possono rappresentare un’Italia ancora autentica nel paesaggio e nel costruito storico, nel cibo e nell’artigianato”, dice Daniele Kihlgren, milanese, di padre svedese, terzogenito ribelle – di una famiglia italiana di imprenditori del cemento – che ha esportato nel mondo l’idea di albergo diffuso con restauro conservativo.
In un’epoca di sovraffollamento turistico, sovraturismo, o per usare un anglicismo overtourism, la ricetta di Kihlgren è molto attuale e per questo askanews ha deciso di spiegare il suo modello di sviluppo per i piccoli borghi delle aree interne destinate al progressivo abbandono: “Questo modello di sviluppo – dice – dovrebbe essere il più competitivo possibile. In tutto il Paese sono stati calcolati da 2000 a 6000 borghi, completamente abbandonati che tra 50 anni saranno un ammasso di ruderi; quelli semi-abbandonati sono di un numero maggiore, ma solitamente hanno qualche detrattore architettonico e qualche edificio della modernità. Tutta questa architettura vernacolare o povera o minore è abbastanza assimilabile almeno all’interno di una singola regione geografica, e il vero e solo valore aggiunto culturale, estetico e quindi economico di questi borghi è la mancanza” di violazioni architettoniche “che ne abbiano intaccato “l’integrità dal dopoguerra ad oggi”.
Se questo modello dovesse prendere piede, vista l’enorme quantità di siti potenziali, “una maggiore offerta dovrebbe limitare il fenomeno della sovraesposizione turistica (overtourism) che, per quanto reversibile, arriva anche in queste lande marginali, almeno in alta stagione, con la conseguente decadenza dell’accoglienza turistica e di tutti i suoi prodotti, dal cibo all’artigianato. Se poi si affronteranno con il massimo impegno possibile le varie declinazioni del complesso concetto di identità, si autoselezionerà il turismo più interessante. La replicabilità di questo progetto è verosimile”.
L’intuizione per Kihlgren risale agli anni 90 a Santo Stefano di Sessanio che fu il luogo giusto per dare corpo a una sua idea: restaurare in modo filologico un borgo medioevale in rovina, per fare del paese un albergo diffuso. Traendo in questo modo profitto dalla conservazione del paesaggio anziché, come troppo spesso accade in Italia, dalla sua devastazione. Da allora e da quel luogo nacque una vera e propria scuola di pensiero. Sull’onda dell’entusiasmo – e del successo – Kihlgren comincia a comprare case in altri borghi simili e avvia un progetto analogo nei Sassi di Matera.
E mai come adesso questa ossessione di Kihlgren appare sana, mentre l’iperturismo minaccia la serenità di chi vede ancora nelle vacanze un momento di stacco e serenità. “Un progetto di economia sociale sui borghi delle aree interne potrebbe essere considerato il più interessante, per il suo valore insieme culturale ed economico: per promuovere queste aree, che dovrebbero diventare la meta di un turismo sensibile e sofisticato che da secoli è interessato non solo ai patrimoni della classicità passata, bensì anche a patrimoni storici meno importanti ma dal forte carattere identitario”.
“Siamo cresciuti in un paradigma culturale in cui la cultura è stata spesso un costo, possibilmente per nobili progetti ma sempre a un costo”, afferma Kihlgren. “Forse siamo un paese che ha perso competitività in molti settori ma sul nostro patrimonio storico e su questo specifico patrimonio storico non sempre considerato come ‘patrimonio’, nessun altro Paese ci può fare concorrenza” aggiunge.
Poi ci concede un’ultima considerazione legata agli effetti dell’emigrazione dal nostro Paese, ma pure sulle opportunità: “mentre le consuete strutture turistiche tradizionali sono spesso ‘capital intensive’, con costi elevati di avvio e gestione, e molte destinazioni turistiche famose convivono con uno scarso ritorno per la popolazione locale, i borghi rappresentano un modello completamente diverso. Qui, la struttura media si compone di poche stanze (generalmente tra 4 e 8) ed è spesso già di proprietà familiare o di un parente emigrato, riducendo significativamente i costi iniziali. Gli investimenti necessari per restaurare e adattare questo genere di proprietà alla ricettività turistica sono solitamente accessibili alla maggior parte delle famiglie italiane. Inoltre, esistono opportunità di finanziamento pubblico, attraverso programmi regionali, nazionali o europei, che in alcuni casi possono coprire fino al 50% dei costi dell’investimento”.
Il modello così non solo “rende democratico” l’accesso all’imprenditoria turistica, ma “favorisce anche lo sviluppo di economie locali più equilibrate. Le strutture a gestione familiare tendono a reinvestire nel territorio, promuovendo un turismo più sostenibile e attento alla comunità, evitando così il fenomeno del ‘tourism leakage’ (drenaggio economico), tipico delle grandi catene alberghiere”. Di conseguenza, “i borghi possono diventare un volano di sviluppo economico per le aree interne, garantendo al contempo la tutela del patrimonio e il miglioramento della qualità della vita per la popolazione residente”. Insomma quei borghi, spesso svuotati dall’emigrazione, che ha portato lontano la nostra manodopera e anche i cervelli, possono diventare una vera risorsa.
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