Nella guerra totale di Trump allo stato, quella di ieri è stata una giornata campale sul fronte dell’informazione. Il culmine è stato il post in cui il presidentissimo, lamentando la copertura «sleale e diffamatoria» del suo primo mese in carica, ha paventato ulteriori querele per far pagare un «caro prezzo» alla stampa e, perché no, «una bella legge» per penalizzare gli organi che non si adeguano alla linea di governo.
Come per le altre crociate Maga siamo su terreno inedito per una nazione che si è sempre fregiata di una stampa obiettiva ed indipendente secondo i canoni anglosassoni ma che ora nel mirino del regime mostra vistosi segni di cedimento. Concomitante all’esternazione presidenziale, è giunto infatti l’annuncio di Jeff Bezos, padrone di Amazon e del Washington Post, sulle «modifiche» alla linea editoriale della storica testata. Da oggi, ha comunicato il miliardario-editore, i corsivi del giornale rifletteranno unicamente pozioni favorevoli «alla libera espressione e il libero mercato» . Altri punti di vista «non sono più necessari» , ha precisato Bezos, «perché ormai per quello c’è internet» .
L’intervento a gamba tesa sull’autonomia degli editorialisti ha provocato le dimissioni immediate del responsabile della sezione, David Shipley, e marcate proteste di molti giornalisti. Non ultimo perché è parsa aperta contraddizione con la «libera espressione» che professa di perorare.
È stato l’ultimo colpo, auto inflitto, ad un’informazione oggetto dell’attacco diretto della Casa bianca. Oltre alle querele personali di Trump (fra gli altri contro Cbs, Des Moines Register e Cnn) rimane in vigore il boicottaggio governativo della Associated Press rea di non chiamare col nuovo nome “ufficiale” il Golfo del Messico. Di questa settimana invece l’annuncio che la selezione di giornalisti del pool della Casa bianca verrà tolta alla gestione storica dell’associazione dei corrispondenti. «Non più» , ha detto la portavoce Karoline Leavitt. «Sono fiera di comunicare che ridaremo questo potere al popolo».
La dicitura populista equivoca in realtà il controllo dell’informazione che è cardine della strategia trumpista. Nel primo mandato i giornalisti erano stati dichiarati «nemici del popolo» come congegno per invalidare ogni funzione di controllo. Nell’attuale amministrazione, sembrano rotti gli ultimi indugi e l’attacco all’informazione è apertamente condotto.
Il dato davvero inedito, oltre ai diktat emanati dallo Studio ovale, riguarda oggi l’acquiescenza attiva dei media – o meglio dei conglomerati che li controllano, molti dei cui maggiorenti il mese scorso erano accanto al presidentissimo nella cerimonia di insediamento.
Già prima delle elezioni il Washington Post aveva censurato l’endorsement di Kamala Harris firmato dalla redazione (decisone costata un esodo di redattori e 200.000 abbonati). Lo aveva imitato il Los Angeles Times – dove l’editore sudafricano Patrick Soon-Shiong ha messo addirittura a punto un algoritmo «correttivo» delle opinioni «eccessivamente progressiste».
Questa settimana l’emittente via cavo Msnbc, polo liberal di analisi e talk controllato dalla Nbc, ha licenziato tre conduttori progressisti fra cui Joy Reid, fra le più tenaci sostenitrici di Black Lives Matter nel panorama giornalistico americano. L’epurazione ha provocato profondo scalpore nel pubblico del canale a cui Reid si è rivolta in chiusura del suo ultimo programma, invitando gli ascoltatori ad «imparare dalla storia», nel momento in cui «siamo in piena crisi di democrazia, quando il fascismo non si sta avvicinando, ma è già qui».
Presi assieme sono sviluppi che consolidano il predomino informativo della destra populista attraverso Fox News, l’ex Twitter a gestione Musk, e una vasta costellazione di podcast che mutua una bolla ermetica di disinformazione propedeutica alla gestione del consenso.
La capitolazione del Washington Post è particolarmente emblematica per il ruolo avuto dalla testata nello scandalo Watergate, momento fulgido di stampa come garante contro lo strapotere e la corruzione, che dall’osservatorio odierno sembra uno sbiadito anacronismo. In questo senso lo stravolgimento della funzione essenziale della stampa, più della “decostruzione” dello stato e più ancora dello sconvolgimento geopolitico, segnala il mutamento degli Usa di Trump in qualcosa di profondamente divorziato dai miti fondativi che l’hanno governata.
Negi Stati uniti non vi è mai propriamente stata una stampa “di regime” ma è ormai inequivocabile una deviazione in questa direzione. E, come ha affermato Martin Baron, direttore del Washington Post fino al 2021, una definitiva frattura epistemica. «Siamo ad un punto in cui non si tratta nemmeno più di divergenze di opinione ma di una fondamentale differenza su cosa siano i fatti».
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