Ornella Auzino la pasionaria dei terzisti Made in Italy

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Incontrare Ornella Auzino mi ha emozionata profondamente, una cosa che raramente mi accade per lavoro. Lei è un fiume in piena ed è un’imprenditrice di prim’ordine. Non la conoscevo fino a quando non ho letto una sua intervista e guardato dei suoi video. L’ho contattata immediatamente perché avevo voglia di capire quale fosse la sua storia. Abbiamo parlato a lungo, dopo esserci rincorse per giorni e quello che è uscito da questa conversazione era un’intervista interessante e molto dettagliata sul mondo della Auzino.
E qual è, vi starete chiedendo, il suo mondo?
Il suo mondo sono le borse, quegli oggetti nei quali noi donne, ma ormai anche gli uomini, riponiamo i segreti perché sono gli oggetti più prossimi al nostro cuore, come lei stessa mi fa notare.
Solo che poi ha scritto anche un libro dal titolo “Le mie Borse” che mi è arrivato in pdf dopo l’intervista. Questo libro ha deciso di stamparlo da sé. Nemmeno ha contemplato l’idea di cercare un editore perché lei vuole comunicare al mondo che esiste una realtà altra, rispetto a quella che siamo abituati a pensare a proposito di borse, e che per scardinare questa realtà lei deve fare la sua parte con tutti i mezzi a sua disposizione.
Così questo libro di centoventotto pagine, che narra la fiaba di Ornella vera e da Ornella raddrizzata in corso d’opera, mi sembra più giusto da leggere della nostra pure interessante conversazioni perché è un libro sul coraggio, sulla voglia di farcela, sulla solitudine, e sulle borse, quelle di alta qualità, quelle che si producono a Napoli, la Campania è un polo d’eccellenza del Mady in Italy, grazie ai terzisti alla cui categoria commerciale lei appartiene.
Il lavoro del terzista è anonimo eppure fondamentale, i grandi marchi non potrebbero produrre da sé, ed il terziario è un settore che in Italia è stato sempre trainante. Solo che soprattutto a Napoli i primi a non saperlo o a non dargli il giusto risalto sono proprio i napoletani.
Le ragioni sono varie e l’imprenditrice le analizza molto bene, raccontando la sua storia in presa diretta, con grande lucidità e con la verve che la contraddistingue.
Di questa intervista che toglierebbe spazio al libro, che invece voglio che leggiate perché racconta della storia aziendale di questo Paese, della grande capacità produttiva e tecnologica delle aziende napoletane, di una donna giovane ma con le idee chiare e sane, salvo questi passaggi, passaggi che nel libro non ci sono ma che mi hanno fatto guardare pure alla mia borsa preferita in maniera differente.
Mi auguro accada anche a voi.

Utilizzi la rete e sei molto social quanto conta fare rete?

«La rete conta tantissimo, grazie alla rete sono riuscita a creare nuove opportunità di lavoro per la mia azienda, e tanto mi serve la rete per abbattere anche la solitudine di un lavoro duro. La mia giornata lavorativa inizi alle 7 di mattina e si conclude alle 24. Ho imparato anche a delegare, ma lavoro su più fronti, compresa la comunicazione e la creazione dei video che mi divertono molto. Voglio diffondere la mia visione del lavoro e fare capire che per arrivare a produrre prodotti di qualità, un vanto per tutto il Paese, bisogna affrancarsi da un modo di pensare e di vivere inesatti».

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Qual è la tua borsa del cuore?

«Quella professionale. Papà produceva le borse professionali, in sintetico e in pelle, nel periodo in cui le cartelle per lavoro erano le “The Bridge”. Le vendeva in tutta Italia, poi un incidente, e una gestione non moderna dell’azienda, dall’oggi al domani ci hanno trasformato da ricchissimi in poverissimi. Una situazione orribile, situazione che mi ha fatto abbandonare l’azienda di famiglia, in un primo momento, ma che poi mi ha fatto cambiare atteggiamento, proprio ripartendo da quel fallimento che non era di vita, o di scelte, ma solo di organizzazione aziendale».

Cos’è per te la moda e quanto la segui?

Compro quello che mi piace e che si integra con ciò che ho già. Sono ammirata dalla capacità degli altri di abbinare ogni cosa, come anche fa mia madre. Io non ci riesco e per questa ragione cerco di visualizzare ed inserire il capo, l’accessorio, all’interno del mio guardaroba. Solo in quel caso lo acquisto, se non facessi così sarei disarmonica.

Il pragmatismo sul lavoro che si applica anche alla moda

«È vero, è anche vero che se mi innamoro di un abito lo compro in più colori, e un paio di scarpe sono capace di portarle pure per due mesi di fila. Però se fossi davvero molto ricca, mi piacerebbe indossare solo abiti su misura. È emozionante sapere che quella cosa è solo per te. E che ha una storia che è tua».

Cosa ne pensi di quello che sta accadendo, a proposito dell’acquisto delle finte Hermès da parte del ministro Santanchè ?

«La contraffazione è un fenomeno sempre più dilagante, soprattutto perché i social hanno amplificato tutti quelli che erano i messaggi precedenti sull’argomento. In più il fatto che siano personaggi famosi ad acquistare fake, rende il fatto ancora più grave perché si tratta di un politico che regala all’ex compagna di un politico due borse false. Leggendo in questi giorni gli articoli sull’argomento la cosa che mi è saltata inevitabilmente all’occhio è come poi vengano glorificati i vari personaggi. Ovviamente la Santanchè è martorizzata, a giusta ragione, ma il fatto che si riporti anche il vu’ cumprà, come se fosse quasi un personaggio mitologico a cui dare visibilità, senza rendersi conto che dietro la contraffazione ci sono tutta una serie di illeciti che questo signore, impunemente, continua e continuerà a commettere, ci fa rendere conto del fatto che viviamo in un contesto socio-economico distorto. E poi c’è una questione a cui nessuno bada, tutti i soldi che la contraffazione sottrare al mercato sono soldi che vengono tolti all’economia legale. In un periodo storico così complesso in cui chiudono aziende del settore, una dietro l’altra, e dove non si riesce a fare comprendere l’impatto che questa crisi generale sta avendo sul settore moda Italia, le persone si preoccupano di giustificare gli acquisti falsi e di continuare ad immaginare di potere acquistare un prodotto fake, invece di un piccolo brand Made in Italy o comunque invece di un prodotto originale. Secondo me dovremmo un attimo prendere coscienza di questa situazione e dovremmo rieducare le persone al buon senso, soprattutto al modo più corretto di spendere i soldi».

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Due desideri

«Mi piace la famiglia numerosa, mio fratello vive in Australia, e anche se i nostri rapporti sono ottimi mi sento figlia unica. Non vorrei che per mio figlio fosse così, e poi un’altra cosa, vorrei fondare una scuola di pelletteria, così da formare persone sempre più capaci e libere. E poi vorrei riuscire a trovare un po’ più di tempo per me, pure per andare a mare con più calma, senza avere sempre una dura giornata di lavoro sulle spalle».





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