il nuovo Piano pandemico non cambia quasi nulla

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Il documento non segna un cambiamento rispetto alla gestione dell’emergenza sanitaria da Covid-19, come invece sostiene la maggioranza di governo. Libertà e diritti potranno essere sacrificati in una futura emergenza sanitaria come lo sono stati in quella passata

Il nuovo Piano pandemico segna davvero un cambiamento rispetto alla gestione dell’emergenza sanitaria da Covid-19, come la maggioranza di governo sta vantando in questi giorni?

Per rispondere alla domanda, occorre soffermarsi su alcuni dei temi che in pandemia hanno suscitato le maggiori polemiche: in particolare, vaccini e Dpcm, decreti del presidente del Consiglio dei ministri.

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Vaccini e Dpcm

Nel Piano (“Piano strategico operativo di preparazione e risposta a una pandemia da patogeni a trasmissione respiratoria a maggiore potenziale pandemico”, 2025-2029) si afferma che i vaccini «approvati e sperimentati risultano misure preventive efficaci»; tuttavia, «non possono essere considerati gli unici strumenti per il contrasto agli agenti patogeni ma vanno utilizzati insieme ai presidi terapeutici disponibili». Non si tratta di una novità rispetto a quanto avveniva in pandemia. All’epoca nulla impediva di usare rimedi ulteriori rispetto ai vaccini, dagli anticorpi monoclonali ai farmaci per il trattamento sintomatico del Covid-19.

Il Piano esclude che i Dpcm, atti amministrativi, siano utilizzabili «per l’adozione di ogni misura che possa essere coercitiva della libertà personale o compressiva dei diritti civili e sociali». Quindi, qualunque restrizione – anche un lockdown, nonostante componenti della maggioranza dicano che non potrà mai più verificarsi – potrà essere disposta con «leggi o atti aventi forza di legge», come decreti legislativi e decreti-legge.

Ma anche questa non è una novità rispetto alla pandemia. Durante il Covid-19, le misure limitative di libertà e diritti erano disposte con decreti-legge del governo, che delegavano il presidente del Consiglio ad attuarle mediante Dpcm, e ciò è stato ritenuto legittimo dalla Corte costituzionale. In altre parole, anche le limitazioni prescritte in passato trovavano base giuridica in atti aventi forza di legge, come il nuovo Piano dispone per il futuro.

Se, invece, la novità è che i decreti-legge non potranno più demandare a Palazzo Chigi l’esecuzione di misure restrittive tramite Dpcm, la scelta appare giuridicamente poco solida. Un atto del ministro della Salute, qual è il Piano, non può precludere a un governo di attribuire specifici poteri al Presidente del Consiglio, affinché la velocità di evoluzione dell’emergenza sanitaria trovi risposta in decisioni altrettanto rapide. E se pure il Piano pandemico fosse richiamato da una legge, per attribuire ad esso un qualche valore normativo, il divieto di Dpcm non sarebbe comunque blindato.

Chi ha redatto il Piano sembra non aver compreso che in pandemia il problema non erano tanto i Dpcm, quanto proprio i decreti-legge del governo. Erano questi ultimi, infatti, a prevedere tali e tante misure adottabili dal presidente del Consiglio, e in modo così generico, da comportare la pressoché illimitata potenziale negazione temporanea di molte libertà e diritti.

Adeguatezza, proporzionalità e trasparenza

I principi di adeguatezza e proporzionalità, richiamati espressamente dai decreti-legge durante l’emergenza da Covid-19, avrebbero dovuto indirizzare verso la scelta delle misure restrittive strettamente indispensabili in relazione al rischio reale. Di fatto, così non è stato. Anche oggi il nuovo Piano pandemico prevede che ogni intervento sia improntato ai «principi di precauzione, responsabilità, proporzionalità e ragionevolezza».

Ma, come la pandemia ha dimostrato, sancire teoricamente tali principi non limita l’ampia discrezionalità del decisore politico, se poi le concrete misure di contenimento non vengono ancorate a precisi indicatori di rischio e a criteri rigorosi. Dunque, nonostante la declamata abolizione dei Dpcm, libertà e diritti potranno essere sacrificati in una futura emergenza sanitaria come lo sono stati in quella passata.

Detto questo, appare poco credibile il richiamo a certi principi – dalla proporzionalità alla ragionevolezza – da parte di un governo che omette di osservarli anche quando non c’è un’emergenza, come dimostra lo spropositato aumento di illeciti e sanzioni avvenuto negli ultimi mesi, fino ad arrivare ai reati “universali”.

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Altrettanta perplessità suscita la menzione nel Piano pandemico del principio di trasparenza, mentre l’esecutivo nemmeno in tempi ordinari spiega in modo trasparente, ad esempio, l’impatto dei propri provvedimenti e usa “secretare” documenti e informazioni con una certa disinvoltura, secondo convenienza. Durante la prossima emergenza sanitaria ci si aspetta forse che il governo di turno diventi più virtuoso?

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