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Reclutare lavoratori, soprattutto giovani, è diventata la sfida del futuro. Dopo la pandemia, si è sentito sempre più il bisogno di accrescere la cultura del work-life balance, il bilanciamento appunto tra vita privata e quella lavorativa. Basta scorrere un po’ le bacheche social o chi, per chi lo utilizza, fare un giro sul feed di Linkedin. Recruiters, manager ma anche dipendenti gridano a gran voce: “Noi non siamo (solo) il nostro lavoro”.
E la conferma che qualcosa non funzioni arriva anche dall’ultimo, l’ottavo, report Censis-Eudaimon.
La retorica dell’Uomo di Marmo
Colpisce molto il passaggio del report che smonta, pezzo per pezzo, una cantilena ormai stanca del lavoro focalizzata su produttività senza qualità: «Nelle aziende entrano ogni giorno persone che si concepiscono sempre e ovunque nella loro totalità e che rifuggono dalle retoriche dell’Uomo di Marmo che semplicemente non convincono più». Aggiungeremmo anche che espressioni come “si ammazza di lavoro, non stacca mai, è il primo ad arrivare e l’ultimo ad uscire”, fanno parte di un pensiero superato dalle nuove generazioni. Ora vediamo più da vicino il fenomeno.
Il burn out e la “sindrome da corridoio”
Per tante persone arrivare serenamente alla fine della giornata lavorativa e conciliare in modo ottimale gli impegni professionali con la vita privata diventa sempre più difficile. Stanchezza, rischio di burn out, sensazioni di esaurimento toccano infatti un lavoratore dipendente su tre.
Tale stato psicologico coinvolge il 47,7% dei giovani, il 28,2% degli adulti, e il 23% dei dipendenti più anziani. Tre milioni di dipendenti, emerge ancora dal rapporto, sono affetti dalla sindrome da corridoio
l’osmosi di ansie e disagi tra lavoro e vita privata, che riduce drasticamente il benessere soggettivo, la qualità della vita e la salute mentale.
Il 25,7% dei dipendenti si porta al lavoro i problemi di casa, privati, con effetti negativi sulla performance lavorativa, il 36,1% si porta i problemi lavorativi a casa con effetti negativi sulle relazioni familiari ed amicali. Si porta a casa i problemi lavorativi con relativi effetti negativi il 41,0% dei più giovani, il 34,9% degli adulti e il 33,7% dei più anziani. Si porta invece al lavoro i problemi di casa, restandone negativamente condizionati, il 22,7% dei dipendenti giovani, il 29,2% dei dipendenti adulti e il 20,6% dei più anziani
A vivere in qualche modo situazioni di stress o ansia legate al lavoro è il 73% dei lavoratori; il 76,8% non sempre è riuscito a trovare un equilibrio tra vita privata e lavoro; il 75,9% si sente spesso sopraffatto dalle responsabilità quotidiane; il 73,9% sente di avere troppa pressione addosso quando lavora. Inoltre, il 67,3% ha provato frustrazione per via del mancato supporto da parte del datore di lavoro; il 36,7% è andato da uno psicologo o ha fatto ricorso al counseling a causa del proprio lavoro
Le esigenze dei lavoratori e lo stress lavorativo
Poiché la conquista e tutela del benessere soggettivo è per le persone al centro delle proprie vite, anche i tanti e diversi aspetti del lavoro, volti al coinvolgimento e alla crescita della motivazione, devono contribuire all’equilibrio psico-fisico individuale.
Questo vale per tutti i lavoratori, non solo per quelli alle prese con disagi conclamati specifici più o meno gravi: anche il lavoro, dal contesto fisico e relazionale in cui si svolge ai suoi fondamentali di retribuzione, orario e carriera alle sue risposte alle aspettative di autonomia, eticità e realizzazione personale, deve contribuire a dare risposte all’anelito al benessere soggettivo di chi lavora.
A cristallizzare bene il momento sono i dati riportati dal portale di psicologia online Unobravo che mostra l’aumento di richieste di aiuto psicologiche correlate allo stress lavorativo.
Stress lavorativo in Italia: la situazione nelle province
Uno stile di vita più veloce, sicuramente con ritmi serrati e una cultura dedita molto al mondo del lavoro e alla produttività. Sono questi i tratti comuni di un Nord Italia (e le aree metropolitane più in generale) primo nella classifica che valuta lo stress lavorativo nel nostro Paese.
Secondo i dati raccolti da Unobravo, considerando le singole province italiane, la maggiore percentuale di coloro che dichiarano di avere problemi di natura psicologica legati alla sfera lavorativa si trova a Milano (13,2%), seguita dalla Città Metropolitana di Roma, nella quale si concentra invece l’8,2% delle richieste. Seguono Torino (4,9%), Bologna (3,4%), Napoli (2,9%), Monza e Brianza (2,4%), Varese (2,1%), Bergamo (2%), Padova e Brescia (entrambe 1,9%).
Fvg in controtendenza a Nord Est
Questa analisi non riguarda però il Friuli Venezia Giulia che dimostra livelli meno alti di stress lavorativo dichiarato dai dipendenti rispetto al vicino Veneto. La provincia in cui si sente meno il peso del lavoro, secondo l’analisi dei dati Inail, è Gorizia, seguita da Trieste. Pordenone alza leggermente l’asticella (0,5) mentre Udine si distingue leggermente rispetto al territorio regionale, ma comunque senza raggiungere i livelli delle province più attive del Veneto.
Il Veneto, a differenza del Friuli Venezia Giulia, mostra numeri significativamente più alti nella maggior parte delle province. Padova (1,9), Verona (1,8) e Treviso (1,7) emergono come territori con i valori più elevati, indicando una forte attività economica o una maggiore incidenza del fenomeno misurato. Belluno e Rovigo, invece, mostrano valori bassi (0,4 e 0,3 rispettivamente), più vicini a quelli del Friuli Venezia Giulia.
Il supporto lavorativo
C’è sempre più bisogno di supporto psicologico. E a dirlo sono i dati che mostrano un aumento, ben visibile da dopo il periodo di Covid, delle richieste di aiuto. Su base Inail, Unobravo ha mostrato una crescita disomogenea per l’Italia con il Nord capofila e meno presa al Sud Italia. Va detto, però, che c’è stato un importante incremento in quattro regioni italiane. Rispetto ai primi quattro mesi del 2023, infatti, nel primo quadrimestre del 2024 Piemonte (+146,7%), Sicilia (+145,8%) e Campania (+141,7%) superano il dato nazionale.
E a Nord Est? In generale è il Veneto che mostra numeri migliori in questo angolo d’Italia. Se nel primo periodo analizzato, la richiesta di supporto è aumentata del 134,8% assestandosi poi al 100% in Veneto, in Friuli il sostegno psicologico ha meno presa (si è passati dal 95,7 percento all’80,5%. La media nazionale è di 109,8%).
Le richieste: supporto mentale e tempo per sé
Ma cosa possono fare le aziende? Un’operazione ulteriore consiste nel comprendere, più nello specifico, cosa destabilizza le persone, cioè quel che eventualmente genera malessere soggettivo o limita la capacità di costruire il proprio spicchio di benessere. Ecco dove il welfare diventa vitale, perché la crisi del sistema di tutele tradizionali, dalla sanità alla previdenza all’assistenza sociale sino alla scuola, scarica anche su chi lavora una molteplicità di disagi ad alto tasso di stress e preoccupazione, facendo volgere al negativo la bilancia del benessere soggettivo.
Il 63,5% dei dipendenti vorrebbe supporto a svolgere attività di meditazione o yoga e aiuto nel ricorrere ad uno psicologo, mentre il 38,2% ritiene che la meditazione lo aiuterebbe a gestire meglio lo stress. Per affrontare gli effetti delle sofferenze da lavoro è forte la richiesta di tempo: l’89,4% vorrebbe più tempo per sé stessi e le cose che piacciono, l’86,2% per stare di più con amici e parenti, il 78,9% per svolgere attività fisica, il 73,9% per svolgere attività culturali, il 79,0% per potersi riposare
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