Dal Burkina Faso all’Italia nel segno del vino: “Così con la vigna aiuto i miei connazionali”

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una storia che sa di incredibile passione e volontà. Una storia senza confini, quella di Francois Desiré Bazie, viticoltore fuori dagli schemi. E dentro i sogni. Quelli che neanche sapeva di avere e che invece, passo dopo passo, si sono materializzati lungo un tragitto di vita. Un percorso che lo ha portato dal suo Paese d’origine, il Burkina Faso, all’Italia, che è diventata la sua patria d’elezione dove, dopo sette anni, ha letteralmente coltivato il suo talento. Direttamente nella terra, quella fertile di aromi e profumi della Toscana, ricca di nuovi e ripetuti inizi. Un saliscendi di vite ed emozioni, come solo i vigneti sanno promettere.

Il viaggio di Francois

Sono l’uva e il vino che lui produce nella sua azienda agricola bio “Incandia” a Carrara a rappresentare la parabola e la rinascita continua di questo 45enne africano, ex rifugiato politico dopo la guerra scoppiata in Costa d’Avorio, dove lavorava come cuoco. Un esempio di un’immigrazione concretamente “illuminata”. Non in teoria, ma proprio sul campo, un terreno di due ettari e mezzo di vigna ricostruita a Ficola, fra le Cave di marmo di Carrara e il mar Ligure, sulle colline del Candia. Qui Francois Desiré Bazie ricava circa 8000 bottiglie all’anno di Vermentino in purezza e Rosso Candia con Merlot, Sangiovese e Massaretta. E produce anche olio, frutta e verdura nell’orto e nel frutteto. Un paradiso naturale in cui campeggia anche il Moringa, l’albero africano sacro dai mille utilizzi in ambito medico. alimentare, botanico e cosmetico per il quale, nel 2019, l’azienda agricola ha vinto l’Oscar green. Questo know how, che sta per sapere e saper fare, Desiré Bazie ha deciso di accrescerlo e farlo circolare, riportandolo indietro per rilanciarlo, in avanti, nel luogo da cui era partito. Come dire: un circolo virtuoso dall’inizio alla fine, andata e ritorno fra uvaggi biologici, vendemmie sulle colline Apuane e viti impiantate in Burkina Faso.

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Un progetto agricolo che è stato anche finanziato dal governo locale con la creazione di un centro di formazione. “Ho deciso di portare nel mio Paese l’esperienza accumulata in Italia nel campo enologico – racconta il 45enne – perché i giovani anche lì possano avere un futuro, delle prospettive concrete, senza dover partire e andare lontano. Ho iniziato a piantare cinque ettari di vigna due anni fa, portando i vitigni dalla Toscana. I primi sono stati quelli autoctoni, la Massaretta e il Vermentino e poi Cabernet, Sauvignon e Syrah. Qualche bottiglia è stata già fatta per le prove, ma la prima produzione si prevede nel 2026. Io vado a controllare appena posso: all’incirca ogni due mesi parto dall’Italia, dove vivo con tutta la mia famiglia, e raggiungo il Burkina Faso”.

Poi nel suo racconto, il viticoltore senza frontiere, che fa parte della rete “Vini Migranti”, torna indietro nel tempo: “Sono arrivato a Carrara nel 2015, dopo mille peripezie e tante tappe che dall’Africa, nel 2008, mi hanno portato prima a Milano, poi a Roma, a Tivoli, quindi in Piemonte ad Alessandria e poi ad Aqui Terme, dove ho iniziato a conoscere e ad appassionarmi al mondo del vino. Un po’ dopo mi sono spostato in Toscana, dove sono stato chiamato da un’amica che lavorava con me in fabbrica, in Piemonte, e voleva che le dessi una mano per far rinascere un’antica vite distrutta, quindi da recuperare totalmente”.

Un lavoro di famiglia

Così Francois, che fino ad allora era stato ai fornelli di un ristorante ivoriano di cucina asiatico-francese, non finisce dalla padella alla brace, ma piuttosto dal piatto al bicchiere e crea dal nulla una piccola azienda biologica. Lo fa insieme all’amica socia e alla moglie Jacqueline che era riuscito, fra mille difficoltà, a far venire in Italia insieme ai suoi quattro figli, che oggi son diventati sei. I ragazzi hanno dai 25 agli otto anni, e gli ultimi due sono nati in Italia: “Hanno entrambi nomi italiani, Ada e Francesco, come il nostro Papa. Mia moglie, che ha 42 anni, faceva la parrucchiera e ora si occupa delle vendite del vino e dei nostri produttori agricoli, aveva sognato il pontefice proprio la notte prima del parto. Io sono di religione cattolica e mi piace ricordare che, quando sono arrivato qui e non sapevo la lingua, l’ho imparata a poco a poco leggendo la Bibbia in italiano e in francese: mettendo a paragone i testi sacri e i vangeli, li traducevo. Poi andavo in chiesa e lì ascoltavo, e provavo a leggere le letture della messa”.

Un intreccio di sapori e profumi fra due Paesi

Per Francois Desiré tutto sembra essere un’opportunità di crescita. A partire proprio dal vino. “Per me è vita, unisce l’arte della natura e dell’uomo – spiega – Il primo che abbiamo prodotto, nel 2016, l’ho chiamato Fortuito. Anche il cibo rimane una parte importante del mio lavoro e della vita. Mescolo i sapori dei miei due Paesi del cuore. In Toscana cucino molte verdure. E in Africa ho portato piatti italiani: lasagna alla bolognese, bagna cauda piemontese, polenta incatenata toscana, gnocchi e risotto alla milanese. Questi ultimi due sono i miei preferiti”. Un intreccio in cui quotidianità, gusto ed emozioni diventano una cosa sola.



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