Così Palermo “adotta” i migranti sbarcati in Sicilia

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Il percorso di formazione dei giovani migranti ospiti di “Casa dei Mirti” che fa parte della rete Sai Palermo – Sai Palermo

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«È sbarcata a Lampedusa una ragazza eritrea di 16 anni al quarto mese di gravidanza. Avete la possibilità di ospitarla?». La telefonata parte dagli uffici del Viminale a Roma. All’altro capo il presidio d’accoglienza voluto dal Comune di Palermo. «Cinque minuti. Ed eravamo pronti a prenderla in carico», racconta la responsabile Angela Errore. In ospedale i medici avrebbero scoperto che i due gemelli di cui era in attesa erano “figli” di una violenza sessuale nei campi di detenzione della Libia. «Purtroppo non sono casi isolati. Abbiamo avuto diverse giovanissime abusate: avrebbero voluto abortire una volta arrivate qui, ma poi hanno deciso di tenere il bambino quando si sono sentite parte di una grande famiglie come la nostra». È quella del Sai di Palermo, sigla che sta per Sistema di accoglienza e integrazione e che racchiude la rete nazionale in cui Stato, amministrazioni comunali e realtà del terzo settore si alleano per dare un futuro ai migranti e per farne cittadini a pieno titolo. «Con un lavoro, un’istruzione, una casa in regola. E non donne e uomini abbandonati a loro stessi, quindi da sfruttare o prede della criminalità», afferma Errore.

Angela Errore, responsabile della rete Sai Palermo che unisce l'amministrazione comunale e

Angela Errore, responsabile della rete Sai Palermo che unisce l’amministrazione comunale e – Sai Palermo

Il sistema funziona, visto che sono 879 i municipi della Penisola ad aver aderito; e centinaia le associazioni (molte d’ispirazione cattolica) coinvolte. Ma è un sistema inviso alla politica. Per ragioni opposte: tutto ha visto la luce con la contestata legge Bossi-Fini che, agli occhi del centrosinistra, è una sorta di peccato d’origine; e, per il centrodestra che cavalca la politica anti-migratoria, è quasi una colpa aver concepito un metodo efficace di “abbraccio” dei migranti, per di più finanziato dallo Stato.

Victory, il giornale della Nigeria, sbarcato in Sicilia e accolto dalla rete Sai che lavora nella 'Sartoria Sociale - Lab & Shop' di Palermo

Victory, il giornale della Nigeria, sbarcato in Sicilia e accolto dalla rete Sai che lavora nella “Sartoria Sociale – Lab & Shop” di Palermo – Sai Palermo

Palermo ne è la prova. Grazie all’alleanza fra Comune e undici onlus, ha “adottato” in sette anni quasi 3mila migranti, diventando uno dei maggiori hub solidali per chi approda sull’isola con le carrette del mare che attraversano il Mediterraneo. E il trampolino con cui «riprendersi in mano la vita lasciandosi alle spalle miseria, guerre, violenze», afferma la referente. A partire dai minori che sulle coste italiane arrivano soli. «È cresciuto il numero dei loro sbarchi in Sicilia». Più di 1.100 quelli che il capoluogo ha accompagnato al completo inserimento nella società. Come Victory, nato in Nigeria, che ora lavora nella “Sartoria sociale” perché, confida, «considero cucire non solo un’azione pratica ma anche un’espressione del cuore». O come Yacouba Traorè, fuggito a 15 anni dalla guerra in Mali e approdato a Lampedusa, che ha appena esordito come calciatore in Eccellenza dopo essere stato tesserato dalla Partinicaudace. O come le adolescenti neppure 18enni che hanno già figli o sono alle prese con una gravidanza quando entrano nel Belpaese. «E siamo una delle poche sedi in Italia a poterle ospitare», sottolinea Angela. Non è un caso che l’esperienza palermitana sia stata scelta a livello europeo come un caso di studio di buone pratiche accanto ai vulnerabili.

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Yacouba Traorè, fuggito a 15 anni dalla guerra in Mali e approdato a Lampedusa, che ha esordito in Eccellenza con la Partinicaudace

Yacouba Traorè, fuggito a 15 anni dalla guerra in Mali e approdato a Lampedusa, che ha esordito in Eccellenza con la Partinicaudace – Partinicaudace

Accogliere significa anche salvare vite. Non solo in mare, ma anche sulla terra ferma. Lo ha sperimentato Kalifa, nato in Gambia e giunto a 16 anni in Sicilia dopo tre anni di odissea. Ad Agrigento la crisi cardiaca. «Sopravviverà solo se avrà un nuovo cuore», sentenziano i medici di Palermo dove viene ricoverato. Ma chi può autorizzare il trapianto? Sarà la legale del Sai di Palermo, Alice Argento, a farlo. «L’avevo conosciuto 24 ore prima. E, quando è entrato in coma, mi sono detta: “Lo prendo in carico io”. Con l’autorizzazione di Roma e la decisione del giudice che mi nominava tutore», spiega l’avvocato. Ora il ragazzo vive in una abitazione messa a disposizione dal Centro Astalli, studia e sogna di fare l’elettricista. «Sono numerosi i ragazzi accolti che hanno lasciato le loro terre per farsi curare – fa sapere Angela Errore -. Oppure sono stati i viaggi della disperazione a devastare i loro fisici». È il caso di un ragazzo della Guinea rimasto con le gambe paralizzate perché gettato giù da un tetto in Libia pur di difendere la sorella da uno stupro. «Anche lui rinato fra le vie della nostra città», sottolinea la referente.

L'avvocato Alice Argento con Kalifa, il giovane salvato dalla rete Sai, all'arrivo della mamma e della sorella del ragazzo

L’avvocato Alice Argento con Kalifa, il giovane salvato dalla rete Sai, all’arrivo della mamma e della sorella del ragazzo – Sai Palermo

Poi ci sono le donne, gli uomini, le famiglie che il network palermitano innesta in una «terra che non deve essere per loro straniera». Attraverso le associazioni che prendano per mano i migranti, compresi il Centro Astalli Palermo o la Fondazione don Calabria, e che assicurano appartamenti, case-famiglie, itinerari formativi, laboratori professionali. Con l’obiettivo di renderli autonomi, cominciando da un tetto e da un impiego. Nessuna casa “rubata” da chi non ha il passaporto italiano, come certa retorica denuncia: solo a Palermo sono 67mila le abitazioni sfitte, pari al 21% del totale. «E molti dei migranti restano», aggiunge la responsabile Sai.

Uno dei giovani migranti accolti dalla rete Sai Palermo e diventato pieno cittadino in città

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Uno dei giovani migranti accolti dalla rete Sai Palermo e diventato pieno cittadino in città – Sai Palermo

Lo dicono i giovani rifugiati che frequentano l’università. O lo testimonia «uno dei nostri ex ospiti che è adesso un mediatore culturale per la Croce Rossa», dice con orgoglio la responsabile. E subito aggiunge: «La sfida è proprio quella che non se ne vadano. Perché anche il capoluogo fa i conti con la fuga dei suoi giovani». I numeri lo confermano. La provincia ha perso 27mila residenti in cinque anni; l’intera Sicilia 280mila. «C’è un adagio che dice: “Chi esce, ce la fa” – conclude Errore -. Per questo i migranti sono una risorsa per la città e ci consentono di continuare a essere una comunità aperta e multiculturale, come attesta la nostra storia».





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