Udine – Il tema della copertura integrale della donna – comunemente riferita a indumenti come burqa, niqab e sitar – continua a suscitare un acceso dibattito in ambito politico e sociale, in particolare in Friuli Venezia Giulia dove il “caso Monfalcone” emerge frequentemente nella cronaca.
Da una parte la Lega, con un recente intervento dell’europarlamentare Anna Cisint a Udine – dai consueti toni accesi che caratterizzano la comunicazione politica di Cisint – , sostiene una posizione ferma contro l’uso del velo integrale, interpretato come strumento di segregazione e simbolo di un’identità culturalmente aliena ai valori occidentali.
Dall’altra, numerose voci – all’interno sia della società civile che del mondo islamico moderato – evidenziano l’importanza di tutelare la libertà religiosa e l’autonomia individuale, spostando la questione sul campo del dialogo interculturale e interreligioso.
Il dibattito politico e la mozione della Lega
Recentemente, a Udine è stata depositata una mozione contro il velo integrale, un’iniziativa della Lega con la stessa Anna Cisint, che mira a estendere l’argomento a tutti i livelli istituzionali. L’azione parte dall’Europa – con una richiesta di norma uniforme rivolta al Commissario per l’Eguaglianza – e si estende fino ad una proposta di legge nazionale e alle iniziative legislative regionali. La mozione, infatti, non solo chiede il divieto di impiegare indumenti che occultano il volto in spazi pubblici, con particolare riferimento a scuole e strutture sanitarie, ma si propone anche di integrare nel regolamento comunale il divieto di accesso a edifici pubblici a chi porta il volto coperto.
I promotori di questa posizione sostengono che quella contro il velo integrale sia “una battaglia contro la sottomissione della nostra Costituzione a chi vede le donne solo come oggetti sessuali” e che, in un Paese come l’Italia, in ritardo rispetto ad altre nazioni europee come Francia, Belgio e Danimarca, sia necessario intervenire per contrastare pratiche ritenute incompatibili con i valori occidentali e con l’idea di una società libera e inclusiva.
“La mozione della Lega – si legge nel comunicato diffuso da Cisint – chiede alla Giunta di sostenere e comunicare al Consiglio Regionale e al Parlamento il proprio appoggio alle proposte di legge nazionali e regionali “al fine di adottare iniziative legislative volte a introdurre misure che vietino l’utilizzo del velo integrale, come burqa e niqab, nonché qualsiasi altra forma di occultamento del volto nei luoghi e negli edifici pubblici, con particolare attenzione alle strutture scolastiche e sanitarie” e di “integrare nel proprio regolamento comunale il divieto di accesso ai luoghi pubblici di proprietà dell’Ente per chiunque abbia il volto coperto”.
“Se vogliamo che l’Italia abbia un futuro, dobbiamo agire subito – sostiene Cisint –. Non è possibile che l’islamizzazione integralista entri nelle nostre scuole, come nel caso di Monfalcone citato nella mozione. Serve intervenire, perché ad oggi abbiamo una lacuna normativa determinata dal superamento della legge 152/1975, che attraverso il ‘giustificato motivo’ previsto dalla norma stessa fornisce un alibi per permettere l’uso del velo integrale. Per questo oggi c’è bisogno di una nuova norma di carattere nazionale e serve il supporto del territorio. Lavorerò con il mio partito affinché questa mozione sia presente in tutti i Comuni della Regione”.
La proposta legislativa del 2010: contenuti e controversie
Già nel 2010 una proposta di legge presentata alla Camera dei Deputati aveva affrontato la questione della copertura del volto in luoghi pubblici, definendo in modo dettagliato i vari tipi di velo. Secondo il testo della proposta, il divieto si sarebbe dovuto applicare agli indumenti che, per ragioni religiose o etnico-culturali, coprono integralmente il volto – il burqa, il niqab e il sitar – mentre escludeva l’hijab (obbligatorio in alcuni Paesi come l’Iran, l’Arabia Saudita, il Pakistan, l’Afghanistan, lo Yemen e alcuni Stati africani), una copertura che comprende capelli e collo ma lascia scoperti gli occhi e il volto e consente un’identificazione immediata.
Il documento evidenziava come la normativa vigente (in particolare l’articolo 5 della legge 152/1975, originariamente pensato per regolare l’uso dei caschi protettivi) potesse essere estesa al controllo dell’uso del velo integrale. Tuttavia, il Consiglio di Stato aveva chiarito che, sebbene il velo possa rendere più difficile il riconoscimento della persona, il suo uso motivato da ragioni religiose rientra tra i “giustificati motivi” che escludono l’applicazione del divieto.
Questa interpretazione ha sollevato serie perplessità: affidare a organi amministrativi o giurisdizionali la valutazione di una materia così delicata rischierebbe di creare conflitti tra esigenze di sicurezza pubblica e diritti fondamentali, in particolare la libertà religiosa e l’eguaglianza.
Critici della proposta evidenziavano pure come un divieto assoluto potrebbe avere un effetto paradosso, accentuando la segregazione delle donne e discriminando non solo coloro che sono costrette a indossare il velo per coercizione, ma anche chi lo sceglie liberamente come espressione della propria identità religiosa.
Il dialogo interculturale e la posizione dell’Islam moderato
Al centro della discussione vi è anche il ruolo della tradizione e del dialogo interreligioso. Numerose voci moderate all’interno delle comunità musulmane ribadiscono che l’uso del velo integrale non costituisce un obbligo religioso, ma è il risultato di interpretazioni minoritarie o di pressioni culturali e familiari. In molti Paesi, infatti, il fenomeno del velo integrale è limitato e, soprattutto, in continua evoluzione: negli Stati Uniti e in gran parte dell’Europa, per esempio, la libertà di scelta è tutelata e non esistono divieti assoluti che impediscano il libero esercizio della pratica culturale relativa al velo.
Le posizioni moderate sottolineano l’importanza di approcci educativi e di integrazione culturale, piuttosto che di misure legislative restrittive. Il dialogo interculturale e interreligioso sarebbe dunque lo strumento fondamentale per favorire la consapevolezza e l’emancipazione delle donne, proteggendole da eventuali forme di violenza privata e di coercizione, senza tuttavia incidere negativamente sulla libertà di espressione e di culto. In questo senso, il percorso da seguire passa attraverso iniziative che promuovono l’educazione, la mediazione e la partecipazione attiva delle comunità interessate, piuttosto che attraverso divieti generalizzati che rischiano di alimentare ulteriori polarizzazioni.
Il quadro normativo italiano e la tutela della libertà religiosa
La Costituzione italiana garantisce la libertà religiosa (articolo 19) e il principio di eguaglianza (articolo 3), elementi fondamentali nel dibattito sulle proposte di legge che mirano a vietare il velo integrale. La normativa italiana, infatti, si trova a dover bilanciare esigenze di sicurezza pubblica – come la necessità di identificare le persone in luoghi affollati – con il rispetto dei diritti individuali e delle libertà fondamentali.
Le modifiche proposte, basate su interpretazioni restrittive dell’articolo 5 della legge 152/1975, hanno sollevato preoccupazioni circa l’eccessiva limitazione della libertà personale. In tale contesto, non è solo una questione di regolamentazione, ma anche di come lo Stato si relazioni con le espressioni culturali e religiose dei cittadini. La sfida consiste, quindi, nel garantire la sicurezza e l’ordine pubblico, senza però compromettere i principi di pluralismo e di rispetto reciproco che caratterizzano una società democratica.
Il percorso verso l’inclusione e il rispetto dei diritti
Il dibattito sulla copertura integrale delle donne nella cultura islamica rimane uno dei temi più controversi e complessi del dibattito interculturale. Da un lato, la spinta politica di forze come la Lega sostiene la necessità di contrastare ciò che viene definito un “arcaismo culturale” e una forma di segregazione, invocando interventi legislativi a livello nazionale ed europeo. Dall’altro, le posizioni moderate e gli esperti di diritto sottolineano come un approccio puramente normativo possa risultare controproducente, alimentando discriminazioni e penalizzando la libertà individuale.
Il cammino da percorrere passa, dunque, attraverso il dialogo interculturale e interreligioso: è indispensabile coinvolgere non solo i legislatori, ma anche le comunità musulmane, le associazioni per i diritti umani e gli esperti di integrazione, per individuare soluzioni che rispettino tanto la sicurezza pubblica quanto la dignità e la libertà delle donne.
L’obiettivo non può essere semplicemente quello di vietare un capo d’abbigliamento, ma di promuovere programmi di educazione e inclusione che contrastino le radici culturali delle forme di oppressione delle donne, favorendo un ambiente in cui ogni cittadina possa esprimere liberamente la propria identità, senza coercizioni o stigmatizzazioni.
In definitiva, il dibattito in Italia deve essere orientato verso una riforma equilibrata: una normativa che, pur garantendo le esigenze di sicurezza, sia flessibile e rispettosa dei diritti costituzionali, promuovendo al contempo una cultura del confronto e della comprensione reciproca.
***** l’articolo pubblicato è ritenuto affidabile e di qualità*****
Visita il sito e gli articoli pubblicati cliccando sul seguente link