COP16 A METÀ STRADA, MA LA META È ANCORA LONTANA

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La seconda giornata della COP16 sulla biodiversità si è aperta mercoledì con l’incoraggiamento della presidente Susana Muhamad, che ha dichiarato che martedì sera c’era stata una produttiva sessione a porte chiuse con i capi delegazione, in cui finalmente si sono potute capire le ragioni profonde dei disaccordi. Muhamad ha infatti sottolineato che quello che vediamo nei negoziati in plenaria è solo la punta di un iceberg composto da posizioni che di solito non si possono comprendere in plenarie aperte al pubblico, e che l’incontro di martedì avrebbe dovuto rappresentare un’occasione preziosa per trovare un accordo. Nella seconda e penultima giornata di COP16, però, questa speranza è stata finora disattesa

Mercoledì mattina, infatti, i negoziati hanno fatto enormemente fatica a ingranare, tanto che ad appena mezz’ora dall’apertura le discussioni si sono bloccate sull’agenda proposta dalla Presidenza. La delegazione della Repubblica Democratica del Congo si è infatti opposta alla proposta di affrontare in mattinata le negoziazioni relative al testo per i meccanismi finanziari, proponendo una mozione per riaprire il dibattito sulla mobilitazione di risorse, di cui si era parlato martedì ma senza riuscire a trovare un accordo.
L’insistenza dei delegati ha costretto la Presidenza della COP a sospendere la plenaria, e solo dopo una discussione a microfoni spenti che si è trascinata per più di un’ora la delegazione della Repubblica Democratica del Congo ha ritirato la mozione, accettando di continuare con la negoziazione come proposto dalla Presidenza. Alla fine della mattinata è stato trovato un accordo sul testo relativo al meccanismo finanziario (documento L-31).

La mattina complicata si è conclusa sulla discussione su PMRR, planning monitoring, reporting and review, e nello specifico su se gli attori non statali (settore privato e istituti finanziari) debbano rendicontare gli impegni assunti alla luce del Global Biodiversity Framework e debbano sviluppare e condividere, su base volontaria, impegni che contribuiscano alle strategie e ai piani d’azione nazionali per la biodiversità (NBSAPs). Anche qui le posizioni dei Paesi si sono spaccate, con Paesi Africani e Russia che non vogliono che il settore privato debba rendicontare il proprio operato, mentre dall’altra parte Unione Europea, Paesi dell’America Latina (a eccezione dell’Argentina, che ha temporeggiato) e Svizzera sono favorevoli a far assumere impegni e responsabilità al settore privato. 

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Cosa succede adesso?

Nel momento in cui scriviamo la giornata non si è ancora conclusa: le discussioni riprenderanno alle 17:30 per poi proseguire fino in serata. Stando a qualche riferimento sentito in sala, anche da parte della presidente Muhamad, la sensazione è che il programma dei lavori sia vincolato anche dalla presenza o meno dei traduttori in sala, che presumibilmente sono stati ingaggiati solo per alcune ore al giorno: i negoziati non possono andare avanti senza traduzione, e questo finisce per vincolare le discussioni su un tema cruciale come la tutela della natura e della biodiversità.

Elizabeth Mrema, ex Segretario Esecutivo di CBD, ha ricordato l’urgenza di accelerare: più della metà del PIL mondiale dipende dalla natura, ha sottolineato, ma i progressi necessari per trovare un accordo globale per proteggerla, qui a Roma, ancora non si vedono.

Il nodo della finanza

A questo punto, il tema più caldo resta quello della mobilitazione delle risorse, quello dei numeri. Il documento relativo alla questione prevede:

  • la mobilitazione di almeno 200 miliardi di dollari statunitensi all’anno entro il 2030; 
  • l’impegno dei Paesi sviluppati – e dei Paesi che volontariamente si assumono gli obblighi dei Paesi sviluppati a favore dei Paesi in via di sviluppo – a mobilitare almeno 20 miliardi di dollari all’anno entro il 2025, e almeno 30 miliardi di dollari all’anno entro il 2030, per il raggiungimento dell’Obiettivo 19 (a);
  • l’eliminazione dei sussidi dannosi per la biodiversità, in modo proporzionato, giusto, equo ed efficace, riducendoli in modo sostanziale e progressivo di almeno 500 miliardi di dollari all’anno entro il 2030; 
  • l’aggiornamento della Strategia per la mobilitazione delle risorse per 2025-2030, con la necessità di aumentarle in modo sostanziale e progressivo.

Tra le questioni più spinose c’è la creazione di un fondo dedicato alla biodiversità, considerato necessario da molti Paesi in via di sviluppo secondo i quali il GEF (Global Environment Facility) è un meccanismo finanziario provvisorio, con diverse criticità che lo rendono iniquo e di difficile accesso per le nazioni che hanno meno risorse. Diversi Paesi sviluppati si oppongono a questa proposta, sostenendo che un nuovo fondo complicherebbe inutilmente il panorama degli strumenti dedicati ai finanziamenti.
Secondo i Paesi in via di sviluppo è invece necessario un nuovo fondo – da istituire in base ai principi dell’equità e delle responsabilità comuni ma differenziate -, a cui vengano dedicate risorse finanziarie “nuove” e “addizionali”, cioè che non siano state precedentemente impegnate o allocate, e che non siano conteggiate più volte con altri impegni. Contribuire al fondo, inoltre, dovrebbe essere obbligatorio per i Paesi più ricchi, e non su base volontaria.

Secondo il Third World Network, le risorse stanziate finora non solo sono del tutto insufficienti, ma spesso sono anche legate a interessi privati e alla distruzione della biodiversità: le aziende che “investono” nella biodiversità, infatti, spesso hanno modelli finanziari che dipendono dal continuo degrado ambientale. Per questo affrontare e gestire i driver finanziari della perdita di biodiversità è fondamentale per rendere efficaci le risorse finanziarie a tutela della biodiversità stessa.
Attualmente, tuttavia, una quantità enorme di risorse continua a essere mobilitata verso attività dannose per la natura e il clima: secondo le stime dell’UN Environment Programme, ogni anno a livello globale vengono investiti circa 7 mila miliardi di dollari, provenienti sia da fonti pubbliche che da privati, in attività che hanno impatti negativi diretti sulla natura: è una cifra pari a circa il 7 per cento del prodotto interno lordo globale.
Se anche solo parte di queste cifre venisse reindirizzata verso la finanza climatica e attività a tutela della biodiversità, si colmerebbero i gap finanziari su cui tanto si discute alle COP, sia sul clima che sulla biodiversità.

Oltre alla necessità di mobilitare maggiori risorse, alcuni Paesi recipienti hanno avanzato richieste volte a modificare la governance e la gestione dei fondi.
In particolare, hanno proposto che per i nuovi fondi venga introdotto un meccanismo di governance che preveda un controllo diretto da parte della Convenzione sulla Diversità Biologica (CBD).
Inoltre, è stata chiesta una revisione del ruolo del Global Environment Facility (GEF), la semplificazione dei processi burocratici e una riconsiderazione del ruolo delle agenzie di implementazione del GEF, che e comprendono diverse agenzie delle Nazioni Unite, grandi ONG internazionali e banche internazionali, e supportano i Paesi beneficiari nella preparazione, attuazione e gestione dei progetti. Su questi punti, alcuni Paesi donatori hanno ribadito l’importanza del GEF nel finanziamento della conservazione. 

In questi giorni, alla COP16 Italian Climate Network ha raccolto le opinioni di alcuni esperti coinvolti nella formulazione, implementazione, valutazione e monitoraggio dei progetti di conservazione finanziati da fondi internazionali, in particolare dal GEF.
L’opinione condivisa è che tali richieste mirino a garantire una maggiore indipendenza ai Paesi beneficiari nelle fasi di preparazione e implementazione dei progetti finanziati, riducendo il ruolo delle implementing agencies nell’ambito del supporto tecnico, della supervisione, della valutazione e del controllo.
Se da un lato questo potrebbe semplificare i processi burocratici e accrescere la responsabilizzazione dei Paesi beneficiari, dall’altro solleva preoccupazioni riguardo all’efficacia, all’efficienza e alla trasparenza delle procedure di formulazione, implementazione, monitoraggio e valutazione indipendente dei progetti di conservazione.

Articolo a cura di Margherita Barbieri, Giacomo Cozzolino e Alba Sicher

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Immagine di copertina: foto di UN Biodiversity



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