“A proposito del Disegno di Legge sull’Eutanasia”. L’editoriale di don Renzo Beghini

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«Prendiamo atto della scelta fatta dal Consiglio regionale della Toscana, ma questo non limiterà la nostra azione a favore della vita, sempre e comunque. Ai cappellani negli ospedali, alle religiose, ai religiosi e ai volontari che operano negli hospice e in tutti quei luoghi dove ogni giorno ci si confronta con la malattia, il dolore e la morte dico di non arrendersi e di continuare a essere portatori di speranza, di vita. Nonostante tutto». È il commento del cardinale Paolo Lojudice, presidente della Conferenza episcopale toscana, subito dopo l’approvazione della legge regionale sul suicidio assistito. La Toscana è la prima regione italiana con una legge che regolamenta l’accesso al suicidio assistito.

Ci sembra opportuno per la grande confusione di interpretazioni che girano anche tra cattolici, portare l’attenzione su alcuni ordini di problemi dal punto di vista etico e sociale. È davvero più umana la società che accoglie la domanda di morte come una soluzione? La richiesta di morire esige un’interpretazione perché spesso contiene molteplici significati e bisogni inespressi. Introdurre il tempo del morire nel campo della relazione abitandolo con l’ascolto, la presenza e la cura permette di interpretare la volontà del malato restituendogli la dignità di persona. I dati scientifici dimostrano ampiamente che la richiesta di eutanasia crolla laddove esistono cure palliative adeguate con competenza nel comprendere i bisogni del morente e il grido di aiuto nascosto dietro il desiderio di morire.

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Parlare di “libertà” della persona e il ricorso a slogan tipo “liberi di scegliere”, è cosa ben diversa dal decidere quale ruolo devono avere le istituzioni. Nessuno, cioè, mette in discussione l’esercizio del libero arbitrio, ma ciò che pretende la “legge Cappato” è qualcosa di molto diverso: si vuole che la morte sia avallata, deliberata e comminata dallo Stato, a mezzo del Servizio Sanitario pubblico, sulla base di una disposizione legislativa. Di qui, emerge un’ulteriore necessità, quella cioè di precisare il ruolo proprio della “legge.

Come Papa Francesco ha più volte ribadito, l’eutanasia e il suicidio assistito sono una sconfitta per tutti, perché sono l’esito della cultura dello scarto. In una società post-welfaristica, che fatica a farsi carico dell’assistenza sanitaria e delle pensioni degli anziani, aprire la porta al suicidio rischia di diventare una forma di grave ingiustizia sociale. Se per larghe fasce di popolazione l’età anziana presumibilmente sarà vissuta nella difficoltà economica e nell’impossibilità di fatto di accedere alle cure socio-sanitarie indispensabili, la richiesta di eutanasia è autodeterminazione o è una scelta che la società subdolamente ti chiede?

Nessuno e tantomeno lo Stato dovrebbe prendere in considerazione la legalizzazione dell’eutanasia fino a quando non garantirà un accesso universale ai servizi di cure palliative e ai farmaci appropriati. Il suicidio assistito inoltre mina l’alleanza terapeutica della relazione paziente: medico, perché è dovere del sanitario sopprimere il dolore e la sofferenza, non la persona con il dolore e la sofferenza.

Il giuramento di Ippocrate recita: “Non darò un farmaco mortale a chiunque lo chieda, né darò un suggerimento in tal senso”. Violare questo giuramento significa trasformare la medicina ippocratica in medicina ideologica che decide a seconda del potere dominante chi è degno di vivere.

Benedetto XVI sottolinea che il rispetto e l’accoglienza della vita non si possono disgiungere dallo sviluppo dei popoli. Si diffondono controlli demografici, mentalità antinataliste, contraccezione, aborto, eutanasia. «L’apertura alla vita è al centro del vero sviluppo. Quando una società s’avvia verso la negazione e la soppressione della vita, finisce per non trovare più le motivazioni e le energie necessarie per adoperarsi a servizio del vero bene dell’uomo» (CV n. 28). In sintesi, «l’avvenire della medicina è subordinato al concetto di uomo e la sua grandezza dipende dalla ricchezza di questo concetto» (Alexis Carrel, chirurgo e biologo francese premio Nobel per la medicina).

Renzo Beghini



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