Sanremo 2025, Olly ha sfiorato la convocazione in Nazionale di rugby

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Talento del rugby, capitano del Cus Genova, trionfi e speranze del cantautore che ha lasciato lo sport per inseguire il sogno sul palco

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Olly ha cominciato a cantare negli spogliatoi dello stadio Carlini per festeggiare le vittorie del Cus Genova. Finiva ogni partita di rugby con la divisa biancorossa sporca di fango e i lividi ovunque. In campo lottava, prendeva colpi e correva veloce in meta. Ma quando i compagni facevano partire la musica, lui era il primo a salire sulle panche urlando a squarciagola. “E pensare che lo prendevamo in giro dicendogli che era stonato”. Francesco Nasti è stato l’allenatore di Federico Olivieri dall’U14 all’U16, quando era soltanto un ragazzino che studiava al conservatorio e scriveva i testi nella sua cameretta: “Per noi è sempre stato Olly, il nome d’arte arriva dal rugby. Era il nostro capitano, il più forte del gruppo. Con lui in campo abbiamo vinto tantissimi tornei. Aveva un fisico eccezionale pure da piccolo. Gli avversari si scansavano quando dovevano placcarlo”. 

Il cantautore genovese classe 2001 è tornato per la seconda volta all’Ariston con Balorda Nostalgia: un brano che racconta di momenti vissuti e irripetibili, in amore come nella vita. Prima dei successi e del ritorno al Festival però nel passato di Olly c’è una palla ovale e il sogno azzurro soltanto sfiorato: “Se avesse continuato a giocare sarebbe arrivato in Nazionale – assicura Nasti -. Aveva ricevuto diverse convocazioni dall’Accademia della Federazione. Gli infortuni e la scelta di andare a studiare a Londra lo hanno portato verso un’altra strada”. Che oggi fa tappa a Sanremo. 

il fuoriclasse del cus

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Quel percorso è iniziato in un rettangolo verde incastrato tra i palazzoni di Genova. Olly era il numero 8 del Cus, agiva terza linea centro e in campo non si è mai risparmiato: “Era un giocatore intelligente, sfruttava il momento buono per uscire dalla mischia e servire il mediano. A 16 anni era già alto 1.90 per 90 chili, con quella fisicità servivano due o tre avversari per fermarlo”. Federico ha iniziato prestissimo con il rugby. Durante i tornei regionali, quando prendeva il pallone non ce n’era per nessuno: “Da solo realizzava almeno cinque mete. Vincevamo le partite pure 50 o 60 a zero. Ma è sempre stato un generoso, giocava per i compagni e passava sempre il pallone”. 

Da grande ha iniziato a far valere i muscoli. Nei tornei internazionali a Parma e Rovigo ha anche sfidato le formazioni giovanili del Sudafrica: “Prima di una partita importante sentiva un forte dolore alla gamba – racconta Piero Zaami, suo allenatore in U18 – gli dissi che avevamo bisogno del nostro capitano, doveva stringere i denti”. Si avvolse il quadricipite in una fascia strettissima e corse in campo. Olly ha sempre resistito alle botte: “Non mi ha mai chiesto di essere sostituito – ricorda Nasti – pure quando aveva sangue e dolori dappertutto. A fine partita usciva sempre pieno di tagli e bende ovunque”. Non solo capitano, Federico è stato un leader per tutto il gruppo. Inarrestabile anche nel terzo tempo: “Con la squadra mangiavamo e bevevamo. Nel rugby è un momento sacro, nessuno può andare via. Una volta finito lui era il primo a dare il buon esempio ai compagni aiutando a sparecchiare e ripulire”. 

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Le battle rap dopo le trasferte

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Da capitano del Cus Genova, quel ragazzone robusto e altissimo ha ereditato la fascia pure nella selezione regionale ligure. La Federazione lo aveva convocato anche nell’Accademia del nord-est. Ogni anno arrivano circa 30 ragazzi, i migliori entrano nel giro della Nazionale: “Olly aveva tutte le carte in regola per riuscirci – conferma Nasti -. Federico soffriva di problemi alla schiena, spesso era infortunato. Tra il conservatorio e la scelta di raggiungere suo fratello a Londra per terminare gli studi non se n’è più fatto nulla”. La musica è sempre stata una sua grande passione, come il rugby: “Quando tornavamo in bus dalle trasferte partivano le battle rap con i microfoni. Ripensandoci adesso, lui era il più bravo”. Giovanni Granzella ha condiviso il campo con Olly: insieme hanno giocato dall’U12 fino all’U18. “La sua specialità era l’offload con una mano. Lo paragonavamo a Sergio Parisse, in quegli anni numero 8 dell’Italia”. Ci teneva così tanto alla squadra che una volta è uscito in lacrime dopo la fine di una partita: “Perdemmo la finale per andare a giocare in Élite, lui aveva rimediato un giallo ed era rimasto fuori dieci minuti. Per tutta la settimana successiva era disperato, continuava a scusarsi. Quella è stata l’unica volta che l’ho visto piangere”. 

il discorso del capitano

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La scelta di abbandonare la carriera da rugbista per fare musica non è stata sofferta. Olly ci ha ragionato, era consapevole di ciò che desiderava: voleva eccellere al conservatorio e poi frequentare l’università. “Ricordo il momento esatto in cui ci ha comunicato che avrebbe smesso – ricorda l’amico Giovanni -. Parlò singolarmente con tutti noi e poi fece un discorso alla squadra”. La verità è che la divisa biancorossa non l’ha mai abbandonata: “L’anno scorso abbiamo organizzato una partita di beneficenza, lui ha indossato caschetto e fasciature schierandosi terza linea centro”. Come una volta, il successo non l’ha cambiato. Olly è rimasto quel ragazzone che tifa Sampdoria e ama uscire con gli amici tra i vicoli della città. Spesso passa al Carlini per le partite degli ex compagni, la prima squadra del Cus Genova domina il girone 1 di Serie B. Per loro resterà sempre il capitano che saliva sulla panca e iniziava a cantare, balorda nostalgia.


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